Dal primo luglio la Corea del Sud sospenderà l’importazione di petrolio dall’Iran. La decisione di Seul arriva all’indomani dell’embargo imposto alla Repubblica islamica dell’Unione europea che rende operative le sanzioni decise già all’inizio dell’anno, in risposta al rifiuto iraniano di sospendere il programma di arricchimento dell’uranio, primo passo per un ipotetico programma nucleare militare. Tra le misure varate dai 27 c’è il divieto, a partire dal mese prossimo, di assicurare le petroliere che trasportano il greggio estratto da Teheran. Stati Uniti e Ue stanno usando le sanzioni sull’esportazione di petrolio, voce principale delle entrate iraniane, per pressare la Repubblica islamica ad abbandonare le proprie aspirazioni nucleari. Una strategia, sottolinea il Wall Street Journal, facilitata dal calo del prezzo del greggio che allontana il timore di aumenti causati dalle sanzioni che possano mettere in allarme l’economia mondiale.

“Le misure decise saranno messe in atto”, ha spiegato Catherine Ashton, capo della diplomazia europea, a margine dell’incontro dei ministri degli Esteri dell’Unione ieri in Lussemburgo. Per Ashton l’obiettivo europeo è risolvere la questione nucleare il prima possibile, non escludendo l’ipotesi di future pressioni per persuadere Teheran al dialogo. Gli sforzi diplomatici procedono, seppur in modo travagliato. La scorsa settimana si è chiuso senza risultati il round moscovita (dopo gli altrettanto infruttuosi incontri di Istanbul e Baghdad) dei colloqui tra l’Iran e i rappresentanti dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia Cina) più la Germania. Mentre all’orizzonte non si dirada l’ipotesi di un attacco militare israeliano.

“E’ un percorso più difficile di quanto molti pensino”, ha ribattuto il ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, in visita a Cipro, “Ma se tutti sono sulla giusta direzione e cercano una soluzione, allora l’uscita dal tunnel è possibile”. Il numero uno della diplomazia di Teheran ha voluto però mettere in guardia l’Unione europea dalle conseguenze negative che l’embargo potrebbe avere sui futuri negoziati e ha sottolineato l’impatto che le mancate importazioni di greggio dalla Repubblica islamica potrebbero avere sulle economie europee già in crisi. Rischi che i 27 dovrebbero però avere ben presenti, tenuta conto la decisione di respingere la proposta della Grecia di essere esentata dalle sanzioni per i suoi problemi economici e considerata la dipendenza di Atene dal petrolio iraniano.

Al momento a risentire delle sanzioni è proprio la Repubblica islamica governata da Ahmadinejad. Secondo i dati dell’Agenzia internazionale per l’energia, nei primi sei mesi dell’anno le esportazioni iraniane sono calate del 40 per cento. Dal 28 giugno entreranno inoltre in vigore le sanzioni statunitensi, approvate alla fine dell’anno passato, che di fatto colpiscono chi fa affari con la banca centrale iraniana, ossia l’organismo attraverso cui passano i pagamenti per il greggio. Washington ha tuttavia concesso alcune esenzioni a Paesi quali il Giappone, l’India e la Corea del Sud. Non alla Cina, principale cliente di Teheran, che qualche giorno fa ha aumentato le proprie importazioni del 35 per cento portandole a 524mila barili al giorno. Ma su Pechino continuano comunque le pressioni statunitensi affinché tagli i legami con l’Iran.

La Corea del Sud è invece diventata la prima potenza economica asiatica a rinunciare al greggio iraniano. I due principali importatori, la SK Energy e la Hyundai Oilban, hanno difficoltà a sottoscrivere le polizze per tutelare le petroliere da in caso di incidenti, assalti, danni ambientali. Le principali compagnie di assicurazione hanno infatti sede in Europa, il che rende difficile aggirare le sanzioni. Altri Paesi, come l’India e la stessa Cina hanno esortato Teheran a trovare una soluzione, dando all’Iran la piena autonomia nel trasporto e nella stipula di contratti di assicurazione. Il Giappone darà invece garanzie statali ai propri importatori. Seul intanto si guarda altrove per le forniture. “Il petrolio iraniano sarà rimpiazzato da quello estratto in Iraq, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti”, ha detto il sottosegretario all’economia Moon Jaedo. E dalla penisola arabica arriva la secca dichiarazione del ministro degli Esteri saudita, Saud al-Fisal: i negoziati con l’Iran rischiano di rivelarsi una perdita di tempo ed energie.

di Andrea Pira