Lo sponsor. E’ questo il ruolo che si conferisce Antonio Simone, l’ex assessore Dc finito in carcere nell’inchiesta sulla Fondazione Maugeri, e indicato da un altro indagato dell’inchiesta, Ginacarlo Grenci, come colui che ricevette su ordine di Pierangelo Daccò 500 mila euro. L’ex assessore, in carica negli anni ’90 quando Roberto Formigoni ancora non era presidente ma amico del governatore, avrebbe sponsorizzato nell’ambito dei suoi rapporti con Formigoni la legge regionale del 2007 sui finanziamenti alle fondazioni non-profit. Simone avrebbe riferito ai pm, durante un interrogatorio, che lui era una sorta di programmatore che faceva gli interessi di una decina di ospedali cattolici lombardi. E’ in questa ottica che i fondi regionali per la Maugeri, in dieci anni, aumentarono di circa 200 milioni. Simone, arrestato l 13 aprile scorso assieme, tra gli altri, all’uomo d’affari Pierangelo Daccò (che era già in carcere per il crac San Raffaele e per cui oggi il pm ha chiesto cinque anni e mezzo, ndr), è stato interrogato lo scorso 20 giugno dai pm titolari dell’inchiesta nella quale risulta indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti anche Formigoni che continua a smentire una indagine sul suo conto. 

Da quanto si è appreso, l’ex assessore regionale Dc nei primi anni ’90 avrebbe spiegato ai pm nei giorni scorsi (il verbale è secretato) che lui, in sostanza, era una sorta di punto di riferimento nell’ambito della sanità lombarda e soprattutto per quello che riguardava una decina di ospedali cattolici, tra cui il Fatebenefratelli, la Maugeri e il San Giuseppe. Proprio in virtù di questa sua posizione l’ex politico avrebbe caldeggiato la legge regionale numero 34 del 2007 attraverso la quale sono state finanziate negli anni diverse cliniche private per progetti di miglioramenti organizzativi strutturali e tecnologici presentati dalle stesse strutture. Dal 2001 in poi, grazie all’attività di Simone, la Maugeri – stando alla versione dell’ex politico – avrebbe avuto un incremento degli stanziamenti regionali a suo favore di un totale di 200 milioni circa, in particolare in riferimento alle cosiddette funzioni non tariffabili. Simone, da quanto si è saputo, ha voluto però precisare di non aver mai messo piede in Regione e di non aver nulla a che fare con quell’opera di “disincaglio” dei fondi regionali, portata avanti invece da Daccò, come proprio quest’ultimo ha messo a verbale.

Simone, stando sempre al suo racconto, era un consulente, che puntava a fare ottenere “vantaggi” alle cliniche private di area cattolica, che ottenevano fondi, e di conseguenza alla stessa Regione che acquistava la prestazioni sanitarie di eccellenza pagandole, a suo dire, molto meno. In sostanza – avrebbe riferito Simone ai magistrati – lui voleva portare avanti quel progetto sulla sanità lombarda che non era riuscito a realizzare da assessore. Daccò e Costantino Passerino, l’ex direttore amministrativo della Maugeri finito in carcere e aveva raccontato che avere rapporti con il faccendiere svizzero era conveniente perché vicino a Daccò, si sarebbero rivolti a lui, sempre stando ad indiscrezioni sull’interrogatorio, perché era lui la figura di riferimento in campo sanitario in Lombardia. “Ero io che lavoravo per Daccò e quindi era lui che mi pagava per l’attività che svolgevo”, aveva già spiegato Simone in un interrogatorio del 3 febbraio scorso, davanti ai pm Gaetano Ruta e Laura Pedio, prima di essere arrestato. Gli inquirenti gli contestavano i soldi a lui girati – parte dei presunti 70 milioni di ‘fondi nerì – dal faccendiere Daccò. “Non ho mai avuto nessun rapporto di lavoro formale con Fondazione Maugeri”, aveva aggiunto, rispondendo alle contestazioni.