L’anno scorso, alla riunione delle parti della Convenzione sulla Biodiversità (Nagoya, Giappone), i governi del mondo – tra cui l’Italia – dichiararono solennemente che per arrestare l’attuale degrado e depredazione dei mari, delle loro bellezze e delle loro risorse, avrebbero istituito entro il 2020 una rete di aree marine protette sul 10% degli oceani e dei mari del pianeta. Questa dichiarazione ne sostituiva una precedente, identica perfino nella sua solennità, con l’unica differenza della data fissata per tale obiettivo (il 2012). Che tale susseguirsi di scadenze disattese altro non sia che una presa in giro vuota di significato non vi è oggi più alcun dubbio. Nel Mediterraneo, per esempio, la superficie di mare istituita a riserva integrale si pone in questo momento allo 0,01%. Per raggiungere il target di Nagoya dovremmo moltiplicare questa cifra per mille.

La realtà è ahimè ben diversa, anche da noi. Di tutti i Paesi mediterranei, l’Italia è quello che ha istituito il maggior numero di aree marine protette (27 secondo il sito del Ministero, più due parchi sommersi e il santuario dei cetacei), una ghirlanda di gioielli distribuita lungo le sue coste, che oltre al valore ambientale indiscusso è anche motore economico per le sue valenze sia turistiche che di pesca. Basti l’esempio dell’area marina protetta di Torre Guaceto, in Puglia, dove sono i pescatori stessi ad auspicarne l’ampliamento perché nella zona tampone attorno alla riserva, grazie a una gestione esemplare, si pesca molto di più di una volta.

Quest’anno il supporto del governo al sistema delle aree marine protette si riduce di più della metà, il che potrebbe portare al collasso del sistema di protezione dei nostri mari. Dunque, in direzione opposta alla dichiarazione di Nagoya. Personalmente ho sempre auspicato che gli enti gestori delle aree marine protette vengano stimolati a rendersi il più possibile indipendenti dal supporto economico dello Stato, per consentir loro la serenità, indipendenza e continuità di azione indispensabili a condurre il loro lavoro in maniera appropriata. Tuttavia questo processo va stimolato e facilitato dall’azione di governo, con la dovuta progressione, e per esempio semplificando difficoltà burocratiche spesso insolubili. Dimezzare il supporto economico dall’oggi al domani (riducendolo a una cifra corrispondente allo 0,0002% del Pil – quanti soldi diamo, invece, al Vaticano?) somiglia invece a volontà di distruggere un patrimonio faticosamente protetto negli scorsi decenni.

Quando mesi fa a Palazzo Chigi cambiò la scena, e le rivoltanti prodezze di nani e ballerine furono sostituite da sobrietà e determinazione ad affrontare le crisi, molti italiani tra cui il sottoscritto tirarono un sospiro di sollievo. Il Presidente del Consiglio ci disse che era ora di pensare al futuro dei nostri figli; avendone io due, non potrei essere più d’accordo. Tuttavia, non di sola economia si può campare. Non possiamo dare un futuro ai nostri figli facendogli mangiare banconote.