Uno degli argomenti principe per ergere le barricate a difesa dell’inusuale attacco “difensivo” del capo dello Stato contro i giornali rei di aver pubblicato conversazioni quantomeno inopportune tra la presidenza della Repubblica  e  Nicola Mancino è stato il seguente. In questo momento così altamente critico per il paese, con Monti sempre più debole (perché azzoppato in primis dal maggior partito che “lo sostiene”) è una priorità assoluta stringersi a difesa del Capo dello Stato che rimane l’unico presidio istituzionale ed è in ultima istanza il garante del governo in carica.

L’ennesimo appello alla ragion di Stato, anche se viene da parte di chi fino a ieri organizzava i sit-in difesa della libertà di stampa, con il nastro adesivo sulla bocca,  e benché una vicenda come la trattativa Stato-Cosa Nostra non possa ammettere nessuna deroga alla trasparenza assoluta, potrebbe persino avere una sua ragion d’essere tenuto conto della eccezionale gravità del momento.

Ma la realtà dei fatti è assolutamente antitetica a questa interpretazione dietrologica che vede nella rivendicazione del diritto di cronaca e nella legittima critica ad una esternazione del Capo dello Stato contro lo strumento delle intercettazioni e contro la loro pubblicazione, un siluro per indebolire attraverso “la irresponsabile delegittimazione” di Napolitano il governo Monti.

Se mai è vero il contrario e cioè che indicare in questo momento come prioritaria la regolamentazione, ovviamente in senso restrittivo delle intercettazioni, come ha fatto Napolitano e chiedere un’accelerazione sull’iter parlamentare del provvedimento (temporaneamente accantonato dalla Severino) ha avuto come prevedibile effetto immediato quello di rilanciare la palla a Berlusconi, che l’ha colta al volo.

Nel suo assolo con i giovani Pdl a Fiuggi, il giorno dopo, Berlusconi è ritornato sul suo noto concetto di libertà scagliandosi da moderato contro “il deficit di democrazia” posto in atto da un governo e “transitorio” e causato da “un fisco che non consente di prelevare più di 1000 euro e dalle intercettazioni (siamo tutti spiati) su cui si deve accelerare”.  
E poi, dato che è il provvedimento che viene prima in calendario, ha anticipato chiaramente la posizione del Pdl in merito al ddl anticorruzione, su cui il governo non può arretrare senza perdere definitivamente la faccia. Per Berlusconi “contiene norme che ci mettono tutti nelle mani dei PM”,  anche se in realtà annacqua la concussione, non sfiora nemmeno la prescrizione e non inasprisce le pene per i reati più gravi: dunque Monti è avvisato.

Capire chi indebolisce e piccona Monti non dovrebbe essere particolarmente difficile nemmeno per il Capo dello Stato che presumiamo sia a conoscenza delle stentate fiducie portate a casa per ora dal Governo sul ddl anticorruzione e anche dell’attività prodigata dal ministro della Giustizia per congelare almeno temporaneamente il capitolo intercettazioni.

Non è abbastanza chiaro a chiunque che la giustizia è un terreno minato e che di conseguenza chi tenta anche pallidamente ed in modo parziale ed insufficiente di affrontare la corruzione è un uomo morto?

Non è altrettanto evidente che mettere al centro adesso il tema delle intercettazioni con quella vis “risolutiva” significa solo favorire la peggiore propaganda berlusconiana e gettare un’ ulteriore miccia sul cammino accidentato (per usare un eufemismo) di Mario Monti? Che sia arrivato il tempo, non più procrastinabile, per l’attuale Governo di non temporeggiare più ed andare a scoprire le carte dei falsi sostenitori se ne stanno accorgendo anche l’opinione pubblica e la stampa internazionale.

Dalle pagine del Times Bill Emmott  ha correttamente diagnosticato che “è arrivata l’ora di romper gli indugi ed è meglio tornare alle urne che restare in carica impotenti”  invitando Monti  a non essere troppo cauto “ e a sfidare i partiti che vogliono farlo cadere”.

E magari non offrire opportunità sul fronte più gradito ai falsi amici in agguato, quello della giustizia,  e non lanciare a  Berlusconi  un irresistibile richiamo della foresta come quello del bavaglio sulle intercettazioni, dovrebbe essere una cura prioritaria da parte di chi si è fatto manifestamente promotore e garante di Monti.

Ma forse Napolitano preferisce anteporre a qualsiasi altra considerazione le ragioni di autotutela della casta e confida che si possa realizzare una felice e pacifica ammucchiata pro-bavaglio mentre il paese è tramortito dal caldo e dalla crisi.