E poi non dite più che il calcio non c’entra con la politica. E nemmeno che l’esclusività del binomio è tipicamente d’era mussoliniana (mondiali del ’38 in camicia nera). Perché invece calcio e politica – per dirla con Di Pietro – ci azzeccano. Ci azzeccano eccome. E pure con gli umori istituzionali. E coi rapporti internazionali, alle prese con default, Eurobond e crisi monetaria. La politica si serve del calcio, è un classico da sempre. Non solo per palcoscenico mediatico. E nemmeno per populistica dialettica da ‘bar dello sport’.

Prendete il quarto di finale degli Europei 2012, Grecia contro Germania, i panzer della Bundesrepublik contro la nave pirata dell’Egeo: l’hanno definita la battaglia degli ‘Eurodeboli’ contro gli ‘Euroforti’, di Davide contro Golia. Sappiamo come è andata a finire. Però invece che su un campo di calcio, pareva di stare nel mezzo di un vertice sul debito pubblico, seduti intorno ad un tavolo di Bruxelles, in barba alla posta in palio di Danzica (anche qui, reminescenze belliche e perifrasi storiche con corridoio, tanto per non farci mancare niente).

E’ stata l’ossessione della vigilia: i fantasmi della dracma contro le trame del marco, un condimento di valute extracampo per calcianti da Unione Europea più che da Europeo, dove ha fatto notizia l’assenza del convalescente neopremier ellenico Antonis Samaras, tra lo scalpore e i fischi per l’esuberanza ultras di Angela Merkel, vincitrice del ribattezzato derby dello spread.

E visto che ieri gli azzurri hanno ‘rigorosamente’ liquidato gli albionici della Regina (tanto loro hanno la sterlina), per tutta la settimana (mutatis mutandis) ci toccherà la replica in salsa tricolore, in onore della cara vecchia lira. Italia-Germania è già una remake di accuse e contrapposizioni forti, tra storia, presente e futuro: dal maresciallo Badoglio al tecnocrate Mario Monti, dalle copertine spaghetti e pistola del Der Spiegel, al gioco dell’oca nelle borse europee. Già ce n’è per tutti, sotto a chi tocca, con le più fantasiose dietrologie che nulla diranno al ct Prandelli, ma che invece convinceranno Donald Tusk (premier polacco) a cambiare idea: altro che Grecia-Germania, giocheremo noi (tra tre giorni) la partita più politica che si possa immaginare. Come e più dei mondiali di Mexico ’70 (4-3), Espana ’82 (3-1) e Germany 2006 (0-2).

Perché Italia-Germania è una sfida nella sfida, oltre la linea Gotica. Una partita secca che (da pronostico) sfugge alla cabala (in tempo di ScommessopoliCalcio Gomorra, però i bookmaker danno ancora in vantaggio i tedeschi) quanto alle politiche comunitarie, con buona pace della Banca Centrale Europea di Francoforte (presieduta da Mario Draghi) e del probabile nuovo boicottaggio eurocalcistico (soft) del nostro Governo tecnico: per fortuna giovedì sera si giocherà a Varsavia (Polonia) e non (come ieri) in Ucraina.

Attenzione, però: in caso di vittoria coi deutsch, finalissima il 1° Luglio con la vincente di Spagna-Portogallo nello stadio ucraino di Kiev. Qualcuno avvisi per tempo quel boicottatore di un ministro Gnudi (e pure il Presidente Napolitano). Tanto è solo calcio e la Tymosenko non scappa nemmeno se alziamo la coppa.