I giuristi democratici furono presenti durante tutte le giornate di Genova undici anni fa. Come successivamente in altre occasioni analoghe e in particolare a Firenze durante il Foro sociale europeo dell’anno successivo, dove, grazie a un proficuo dialogo con la Prefettura e all’impegno del servizio d’ordine della Fiom e di altri, venne prevenuto ogni incidente.

Quella sera del 21 luglio fui tra i primi ad accorrere sul luogo del massacro. La telefonata ci raggiunse a casa di un giurista democratico genovese durante la cena. Erano stati giorni convulsi e faticosi. Il corteo disciplinato e pacifico dei sindacati di base a Sestri Ponente. Le provocazioni dei veri e falsi black block. Le aggressioni a freddo della polizia ai pacifisti. L’attacco improvviso dei carabinieri al corteo delle tute bianche. L’uccisione di Carlo Giuliani. Il corteo del sabato e i nuovi attacchi. Negoziati difficili e nervosi. Uno dei nostri aveva avuto la testa rotta da un manganello dopo essersi qualificato come avvocato.

Ma nulla faceva presagire quella coda sanguinosa. Arrivammo in moto sul posto. Uno scenario surreale e angoscioso. Trovammo subito il giornalista britannico Mark Covell in una pozza di sangue. A pochi metri alcuni membri del legal team ammanettati. I poliziotti erano schierati fuori della scuola, il volto coperto, le pupille dilatate come se fossero sotto l’effetto di qualche stupefacente. A poco a poco si formò una piccola folla e cominciarono uscire i feriti, alcuni in barella.La macelleria messicana apparve presto nelle sue dimensioni reali.

Ho visto di recente il film “Diaz” e mi pare renda bene l’idea di quello che successe in quei giorni. Quella che Amnesty International ha definito la “la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Ma i responsabili sono ancora a piede libero. Anzi, hanno fatto carriera. E non mi riferisco solo ai poliziotti.

In effetti mai fu fatta chiarezza sulle responsabilità politiche del massacro e delle successive torture a Bolzaneto, di una gestione dell’ordine pubblico al tempo stesso inefficiente e antidemocratica. Resta oscuro ad esempio il ruolo di Gianfranco Fini, ma anche di altri politici. Non è un caso che il Parlamento abbia respinto la proposta di una Commissione d’inchiesta. La casta, come sempre, ha paura della verità e della giustizia.

Quanto accaduto resta una vergogna per tutto il Paese. Ragazzi inermi provenienti da tutta Europa massacrati nel sonno solo perché qualcuno aveva deciso di dare un segnale. Come segnali furono le varie stragi impunite che hanno costellato la storia del nostro Paese.

I poliziotti che sanno facciano il nome dei politici che hanno istigato e coperto il massacro. Inoltre va finalmente introdotto nell’ordinamento italiano il reato di tortura, come richiesto dalla convenzione internazionale in materia, la cui assenza ha impedito di punire in modo adeguato i gravissimi crimini avvenuti nella caserma di Bolzaneto. E va impedito che subiscano gravi condanne detentive le  “dieci persone rischiano di diventare i capri espiatori e vedersi confermare, in Cassazione, una condanna a cento anni di carcere complessivi, in nome di un reato, devastazione e saccheggio, che rappresenta uno dei tanti detriti giuridici, figli del codice penale fascista, il cosiddetto Codice Rocco”, come afferma un appello firmato da numerose personalità.

Verità e giustizia sono necessarie per evitare in futuro il ripetersi di episodi analoghe. Così come è necessaria una nuova cultura e funzione delle forze dell’ordine, non più picchiatori abbrutiti al servizio della casta, ma lavoratori ad alto livello di professionalità impegnati nella difesa dello Stato repubblicano e della Costituzione. Non Acab ma, come nel Nicaragua sandinista e in altre situazioni analoghe, sentinelle dell’allegria e dei diritti del popolo. Questo è l’impegno dei giuristi democratici, ai quali proporrò di aprire i propri ranghi a  funzionari, ufficiali e agenti di polizia, carabinieri, guardia di finanza, agenti di custodia e guardie forestali.