Nuove difficoltà e possibili disagi in arrivo sul fronte sanitario, in particolare per gli abitanti delle regioni sottoposte ai piani di rientro per la sanità. Sono infatti 11mila complessivamente le strutture previste che entro l’anno rischiano di essere tagliate, come i reparti ospedalieri, piccoli o complessi, consultori, centri di salute mentale, Sert per il trattamento delle tossicodipendenze e altro ancora. I responsabili della Sanità di Piemonte, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania Puglia, Calabria e Sicilia infatti, dovranno ridurre il numero delle strutture sanitarie entro il 31 dicembre di quest’anno, secondo quanto prevede un documento elaborato lo scorso marzo dai ministeri della Salute ed Economia e dalle Regioni per il contenimento dei costi.

Nel territorio le strutture sanitarie complesse, previste dagli atti aziendali o da altri provvedimenti regionali e aziendali (riportate nel documento ministero-regioni), sono 6.738 e le strutture semplici 15.793. Secondo i nuovi parametri dovrebbero diventare 4.917 le complesse e 6.441 le semplici. Il che significa che si dovrebbero eliminare nel territorio 1.821 strutture complesse e 9.352 strutture semplici. Ciò si traduce, spiega Massimo Cozza, segretario nazionale dei medici della Cgil, “nella possibile riduzione dei servizi sul territorio per i cittadini. Il che è paradossale, visto che ministero e regioni non fanno altro che parlare di potenziare l’assistenza sul territorio e limitare l’afflusso in ospedale. Ad essere più a rischio invece è proprio l’assistenza territoriale, già depauperata di personale anche per il blocco del turnover, dai consultori ai servizi di salute mentale, ai Sert per le tossicodipendenze. In alcuni casi ad essere tagliate potranno essere strutture rimaste finora sulla carta, ma che non vedranno mai la luce, sottraendo di fatto servizi ai cittadini”.

E sui conti della sanità pubblica peseranno anche, in modo diverso, i risparmi che potranno arrivare con l’operazione legata alla centralizzazione degli acquisti in vista della spending review.

”L’applicazione ragionieristica dei parametri – afferma Cozza – senza tenere contro dei bisogni di salute e senza un confronto sindacale rischia di portare ad una riduzione di strutture e prestazioni. A fronte dei tagli già subiti dalla sanità e dei sette miliardi già programmati, questo documento potrebbe essere utilizzato come un’accetta da chi vuole solo fare cassa senza riqualificare il servizio. Vanno perciò superate le situazioni dove le strutture sono create solo per dare incarichi, in particolare nei policlinici e con medici che a parità di professionalità e funzioni reali hanno incarichi diversi”.

E a proposito di incarichi, sempre da questo stesso documento, emerge come i 19 mila primari presenti tra asl e ospedali in tutta Italia siano troppi, e tremila, tra responsabili di reparto e territorio, siano considerati in esubero. Solo Trentino Alto Adige (-37) e Lombardia (-255) sono al di sotto del fabbisogno, mentre tutte le altre regioni sforano alla grande. Come ad esempio la Campania, che secondo il documento, ne avrebbe quasi 800 in esubero, o la Toscana con 392, e la Sicilia con 323. Cifre che però non tornano, secondo le associazioni sindacali di categoria, in quanto basate su criteri poco convincenti. In ogni caso, se così si procederà, potrebbero esserci delle conseguenze anche per i malati. E’ quanto sostiene il Cipomo (Collegio italiano primari oncologi medici ospedalieri), che teme vengano tagliate le unità di oncologia degli ospedali. ”L’indirizzo è quello di ridurre i primariati, non solo nelle regioni sottoposte a piani di rientro – spiega Roberto Labianca, presidente del Cipomo – ma anche in altre regioni, come la Lombardia. Se non si sostituiranno i primari oncologi che andranno in pensione, la sensazione è che entro 2 anni il 20-30% dei reparti di oncologia sarà senza primario e accorpato a reparti di medicina generale”. In alcune strutture, soprattutto in periferia, “sono già stati tagliati i primariati e le unità di oncologia accorpate in una struttura indifferienziata – continua – facendo curare i pazienti in reparti in cui il primario non è un oncologo. E questo non è un bene per le cure”. Anche perché, aggiunge Mario Clerico, segretario Cipomo, ”negli ultimi 10-15 anni le unità di oncologia ospedaliere che sono sorte sono diventate un punto di riferimento per i pazienti. A differenza di altri specialisti – conclude – l’oncologo si prende carico del paziente e continua a seguirlo per anni, anche quando è sano. Tornare indietro sarebbe un grave errore”.