Uno dei problemi, nel comunicare gli uni con gli altri, è che abbiamo paura di star male.

Preferiamo star bene, per cui, come ogni essere vivente, cerchiamo occasioni per riuscirci ed evitiamo fonti di sofferenza: ci sembra che queste ultime ci possano “uccidere”, e nel farlo, di solito almeno, esageriamo. Siamo così identificati con le nostre opinioni – importanti, servono per orientarci nel mondo – che chi ne ha di diverse ci pare facilmente un nemico, una minaccia alla nostra incolumità identitaria.

La collaborazione, il riuscire ad avere a che fare, gli uni con gli altri, in modo da aver voglia di collaborare, di farlo volentieri, senza sentire il bisogno di stare in guardia: tutto questo implica la capacità di disinnescare la paura, in se stessi e in chi ha a che fare con noi.

Immaginiamo che il dialogo sia un enorme lago: gli affluenti, l’acqua che ci immettiamo dentro sono i nostri svariati significati, a cui siamo tanto affezionati e che ci servono per sentire che siamo persone con le idee “giuste”. Nel dialogo ci interessano quelle degli altri e non stiamo sul chi vive, non lottiamo per “avere ragione”. Ascoltiamo i pensieri, le ipotesi di causa-effetto prodotte da altre menti. Siamo fonti di ispirazione gli uni per gli altri, ci sentiamo bene. Quando accade i coinvolti si sentono ascoltati, presi sul serio, e non hanno sentito il bisogno di stare sulla difensiva. Non hanno sentito paura, quell’emozione che ci segnala dentro: “Attenzione, intorno a te le cose non vanno come tu hai bisogno che vadano per sentirti a tuo agio! Fai qualcosa! Combatti, o scappa!”

Ma anche sul lago più placido a volte “cambia il tempo”.

Ci sono modi di interpretare gli avvenimenti che quasi automaticamente bloccano lo scambio dialogico. Thomas Gordon li chiamava killer della comunicazione già negli anni settanta, e consiglio i suoi testi a chiunque svolga il lavoro importante dell’insegnante o del genitore.

Un libro più recente è quello di Kerry Patterson e altri, che chiama “storie furbe”, quelle che ci danno la possibilità di preservare noi stessi da co-responsabilità, all’interno del sistema di esseri umani di cui facciamo parte, dando la colpa agli altri.

Sul breve periodo ci pare una buona strategia – ci sentiamo subito meglio nel lamentarci del collega a cui attribuiamo un’etichetta che spiega ogni cosa, ai nostri occhi, e poi è così bello sentire di “avere ragione!” – ma sul medio periodo ci fa sentire vittime di quel che gli altri fanno o non fanno. Crediamo che il nostro benessere dipenda da loro, non dalle nostre aspettative nei loro confronti e dai significati che assegniamo: “Se solo tu…!”. Per cui perdiamo una buona dose di libertà interpretativa. Ne parlo nel mio ultimo libro, dedicato alle mamme troppo ansiose (ma mi ha scritto una “non-mamma” dicendomi di aver tratto beneficio dal comprendere, appunto, le sue storie furbe).

Le storie furbe sono autoreferenziali: sento in diretta le mie buone intenzioni, vedo che le cose non vanno come vorrei, per cui evidentemente deve essere colpa dell’altro di turno. Le sue intenzioni non le sento in diretta, posso non capirle o non credergli. Il problema è: se stiamo sulla difensiva dal potenziale dolore di vederci parte integrante del sistema che funziona come funziona, e non come vorremmo noi, e usiamo storie furbe per dare la colpa e vederci come vittime, il messaggio che arriva all’altro è “io vado bene e se le cose non vanno sarà ben colpa tua!” E l’altro sentirà il bisogno di difendersi da noi. Ecco che non ci sentiamo al sicuro! Il dialogo diventa una lotta.

Disinnescare la paura, dunque, inizia con il renderci conto delle nostre, personali, storie furbe.