Che la Curia abbia dimestichezza con i consigli d’amministrazione, è noto. Partecipa con quote azionarie in case di cura, giornali, banche, fondazioni e chi più ne ha più ne metta. Questa però è la prima volta che si trova in mano un giocattolo da mille dipendenti, un fatturato di 214 milioni di euro, 12 stabilimenti in Europa e 24 filiali commerciali, un marchio, quello della Faac, che ha una popolarità planetaria, anche grazie a uno spot televisivo di qualche anno fa particolarmente indovinato. È per questo motivo che, quando il titolare dell’azienda è morto e ha lasciato il suo patrimonio, multinazionale che produce cancelli automatici compresa, in mano alla Curia di Bologna, le previsioni volevano che la quota venisse ceduta immediatamente, anche perché nella Faac c’era un socio di minoranza francese, la Somfy, che non aspettava altro: voleva l’intero boccone, avrebbe portato in portafoglio un gioiello che macina utili e non conosce crisi. Ma la risposta dell’arcivescovo di Bologna, il cardinal Carlo Caffarra, già amico di don Luigi Giussani e molto vicino a papa Ratzinger, è stata picche: “L’azienda la teniamo noi. Proseguiremo nell’opera del nostro benefattore”.

Dopo qualche ora Caffarra aveva già nominato la persona di fiducia che sarebbe entrata nel cda, l’avvocato Andrea Moschetti, collaboratore dell’economato dell’Arcidiocesi. E venerdì scorso Caffarra ha voluto incontrare di persona tutti i dirigenti dell’azienda durante il quale ha tracciato una sorta di piano industriale: “Il nostro obiettivo è crescere, non vendere. Dunque datevi da fare”, ha detto il cardinale.

Parole che segnano la fine sul tira e molla, sul ritornello che da mesi gira in azienda, la chiesa vende o non vende. “Non vendo”, ha detto Caffara. Né oggi né mai. “Sono io la garanzia del vostro futuro, finisse in mano ai francesi l’azienda verrebbe immediatamente trasferita e ci troveremmo altri disoccupati. E io non creo disoccupati”. Capito il personaggio? Parole che non solo gli fanno guadagnare consensi in azienda, ma anche all’esterno, in una regione, l’Emilia Romagna, che nell’ultimo anno ha visto sfumare aziende storiche come la Malaguti, la Breda Menarini Bus, l’Omsa, solo per citare le più grandi e che è stata definitivamente messa in ginocchio dal terremoto. I motivi, forse, non sono solo questi , anche perché l’azienda, fondata nel 1965, può vantare il titolo di fabbrica modello: nessuna tensione interna, rotture con i sindacati, lavoratori che lì dentro sono cresciuti professionalmente con il mito della totale dedizione che aveva imposto Michelangelo Manini, figlio di Giuseppe, che non ha fatto un giorno a casa prima della malattia e della morte.

Le idee chiare, però, Manini le aveva già da tempo: a 27 anni, nel 1992, fece testamento per lasciare tutto in mano alla Chiesa di Bologna. In grande silenzio, tanto è che nessuno nelle stanze dell’Arcidiocesi immaginava fino a quando non hanno ricevuto l’avviso dal notaio.

Manini era un personaggio schivo, non aveva frequentazioni che non fossero quelle dettate dall’agenda di lavoro. Non aveva avuto né mogli e né figli e, a giudicare dall’età in cui ha fatto testamento, non è perché così è capitato, la sua è stata una scelta. Viveva per l’azienda e in azienda. Frequentava la chiesa, era uno dei principali benefattori da sempre, ma tutte le sue donazioni risultavano anonime: non lo ha mai voluto far sapere a nessuno, neppure ai diretti interessati. Un benefattore, come lo definisce Caffarra. Il tenutario di un patrimonio che voleva finisse nelle mani del Signore, perché lui non avrebbe saputo che altro farne.