La leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi ha potuto, dopo ventun anni, ritirare il premio Nobel per la Pace a Oslo. Era dal 1991 che aspettava di pronunciare il discorso ufficiale con il quale accettare e ringraziare. Perché allora non poté recarsi in Norvegia, tenuta agli arresti domiciliari dalla giunta militare del Myanmar. San Suu Kyi è stata accolta oggi da un lunghissimo applauso anche perché è la prima volta che la leader birmana viaggia in Europa. Sul palco, dove ha pronunciato il suo discorso di accettazione del premio, si è detta “ottimista, ma con cautela” sul destino delle riforme democratiche nel suo paese. 

Nel ringraziarla per la sua presenza, il responsabile del comitato del Nobel, Thorbjorn Jagland ha definito la donna “un dono prezioso per tutta la comunità mondiale”. La leader politica ha risposto che questo premio  “ha aperto una porta nel mio cuore”, spiegando, a una platea che l’ha ascoltata in piedi, come il riconoscimento ha ai suoi tempi contribuito a darle la forza di continuare la lotta. Inoltre è stato l’occasione, spiega San Suu Kiy, di allargare le sue prospettive: “Ricevere il Nobel ha ampliato le mie preoccupazioni per la democrazia e i diritti umani al di là dei confini nazionali”.

Poi però torna alle preoccupazioni verso il suo paese: “Le ostilità non sono ancora finite nel nord della Birmania, e nella parte occidentale del paese le violenze sono tornate solo pochi giorni prima che io iniziassi il mio viaggio in Europa”. San Suu Kiy ha poi spiegato come utilizzerà il premio in denaro legato al Nobel: “Sarà usato per creare programmi scolastici per giovani birmani”. 

Aung San Suu Kyi cominciò a fare politica contro il regime che ha oppresso il suo paese per decenni, nel 1988, fondando la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), dopo la repressione nel sangue di proteste contro la giunta militare. Nel luglio 1989 venne messa agli arresti domiciliari. Il regime le offrì di lasciare il paese, ma lei rifiutò. Nel ’90 il suo partito trionfò alle elezioni, ma i militari annullarono il risultato. Nel 1991 Suu Kyi ottenne il premio Nobel per la pace. Nel ’95 venne liberata, anche se non potè lasciare il paese. Nel ’98 chiese al governo di convocare il parlamento eletto nel ’90 e mai riunito.

Due anni dopo venne messa per la seconda volta agli arresti domiciliari e ci rimase fino al 2002, quando tornò libera. Il 30 maggio del 2003 un convoglio sul quale stava viaggiando insieme ad altri membri dell’Lnd cadde vittima in un’imboscata, apparentemente organizzata dal regime. Morirono un centinaio di persone (solo quattro secondo il governo). Suu Kyi si salvò per miracolo e venne subito arrestata, insieme ad altri collaboratori. Iniziò un nuovo periodo di arresti domiciliari nella sua residenza di Rangoon. Il 26 aprile per la prima volta dopo 20 anni un ministro degli esteri italiano ha potuto fare visita a San Suu Kiy nella sua abitazione in Myanmar, dopo la sua liberazione avvenuta nel 2010