La dissidente Aung Sang Suu Kyi è stata liberata dopo oltre sette anni consecutivi di arresti domiciliari. Funzionari sono entrati nell’abitazione della donna verso le 17 (le 11.30 circa in Italia) per leggere alla dissidente l’ordine di liberazione emesso dalla giunta, in coincidenza con il termine dell’ultima condanna. ”Adesso è libera”, ha detto il responsabile birmano. All’interno dell’abitazione del premio Nobel ci sono il suo medico e l’avvocato. Una folla in festa di migliaia di persone ha salutato la comparsa in pubblico di Aung San Suu Kyi. Una folla si è radunata anche al quartier generale della Lega nazionale per la democrazia (Nld), il partito guidato da Suu Kyi. Molti membri del partito indossano magliette con su scritto in inglese “sosteniamo Aung San Suu Kyi”. La polizia birmana non è intervenuta per disperdere la folla, cosa piuttosto rara nel paese.

“Dobbiamo lavorare insieme, all’unisono, per raggiungere il nostro obiettivo”, ha detto la dissidente, invitando i suoi sostenitori a tornare domani, quando terrà un discorso, il primo dopo la liberazione.

La storia – Aung San Suu Kyi comincia a fare politica contro il regime nel 1988, fondando la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), dopo la repressione nel sangue di proteste contro la giunta militare. Nel luglio 1989 viene messa agli arresti domiciliari. Il regime le offre di lasciare il paese, ma lei rifiuta. Nel ’90 il suo partito trionfa alle elezioni, ma il regime annulla il risultato. Nel 1991 Suu Kyi ottiene il premio Nobel per la pace. Nel ’95 viene liberata, anche se non può lasciare il paese. Nel ’98 chiede al governo di convocare il parlamento eletto nel ’90 e mai riunito. Due anni dopo viene messa per la seconda volta agli arresti domiciliari e ci rimane fino al 2002, quando torna libera. Il 30 maggio del 2003 un convoglio sul quale viaggiava insieme ad altri membri dell’Lnd cade vittima in un’imboscata, apparentemente organizzata dal regime. Muoiono un centinaio di persone (solo quattro secondo il governo). Suu Kyi si salva per miracolo e viene subito arrestata, insieme ad altri collaboratori. Inizia un nuovo periodo di arresti domiciliari nella sua residenza di Rangoon, che avrebbe dovuto terminare nel maggio 2009.

Ad appena tre settimane dalla scadenza, il 4 maggio, un americano di 53 anni, John Yettaw, si introduce nella sua villa a nuoto, dicendo di volerle portare solidarietà (sarà condannato e poi espulso). Il raid costa a Suu Kyi una condanna ad altri tre anni di arresti domiciliari, subito ridotti a 18 mesi dal capo della giunta, il generale Than Shwe. La nuova condanna le impedisce di presentarsi alle elezioni del 7 novembre di quest’anno, che il suo partito comunque ha boicottato.

Le reazioni internazionali – La tanto attesa liberazione del premio Nobel ha suscitato le reazioni positive di molti leader internazionali. Tra questi, il presidente americano Barack Obama ha definito Aung San Suu Kyi “una dei miei eroi” e anche “fonte di ispirazione per tutti coloro che lavorano per il progresso dei diritti umani in Birmania e bel resto del Mondo”. Ora, chiede Obama: “è giunto il tempo che il regime liberi tutti i prigionieri politici, non uno solo”. Le autorità del regime birmano evitino “qualsiasi ostacolo alla libertà di movimento e d’espressione” di Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione birmana liberata oggi dagli arresti domiciliari, afferma in un comunicato diffuso dall’Eliseo dal presidente francese Nicolas Sarkozy. “Qualsiasi ostacolo alla sua libertà di movimento costituirebbe una nuova, inaccettabile negazione dei suoi diritti fondamentali”. Per l’inglese David Cameron, la liberazione della leader dell’opposizione birmana “era dovuta da fin troppo tempo”. Il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso chiede ora che la donna abbia “una libertà senza limitazioni di movimento e di espressione” e che possa “partecipare pienamente al processo politico del suo paese”. Anche Barroso chiede “il rilascio senza condizioni” di tutti gli altri prigionieri politici, in quanto “unico modo per far sì che le elezioni in Myanmar del 7 novembre siano l’avvio di una vera transizione alla democrazia”.