Non è stata una buona settimana per Barack Obama: in Wisconsin il governatore uscente Scott Walker, un repubblicano fortemente antisindacale, è stato facilmente rieletto in una elezione speciale (i democratici avevano raccolto un milione di firme per mettere fine anticipatamente al suo mandato). I dati sull’economia, in particolare sulla creazione di posti di lavoro nel settore privato, sono deludenti. Infine, il salvataggio delle banche spagnole sembra solo l’annuncio di nuove turbolenze monetarie in Europa, con la concreta possibilità che le elezioni del 17 giugno in Grecia conducano all’uscita del paese dall’euro, con conseguenze imprevedibili.

In Europa, tutti i governi che hanno affrontato elezioni negli ultimi 18 mesi sono stati cacciati: prima i laburisti inglesi, poi i socialisti spagnoli, poi Berlusconi (senza elezioni ma sotto l’insostenibile pressione dei mercati) e infine il centrodestra francese. Tuttavia, sarebbe prematuro  trarre la conclusione che le elezioni di novembre vedano favorito lo sfidante, il candidato repubblicano Mitt Romney. Il motivo è che queste elezioni saranno un duello aperto a tutti i risultati perché due forze opposte favoriscono i due candidati: se lo stato deludente dell’economia, benché Obama non ne abbia alcuna responsabilità, favorisce Romney (nessun presidente è mai stato rieletto con una disoccupazione superiore al 7% dopo il 1936), l’evoluzione demografica del Paese e la storia elettorale sono fattori che migliorano le chances di Obama.

Prendiamo la storia elettorale: il Wisconsin è uno Stato molto diviso ma l’ultima volta che ha votato repubblicano in una elezione presidenziale è stato nel 1984, per Ronald Reagan. Quest’anno Obama non ripeterà il trionfo del 2008 ma le sue possibilità di vincere sono rimaste solide anche dopo la vittoria del governatore repubblicano qualche giorno fa.

La geografia delle elezioni presidenziali americane si è consolidata negli ultimi anni: le due coste e il Midwest votano democratico, il Sud e le grandi praterie votano repubblicano. I due blocchi quasi si equivalgono ed è qui che l’evoluzione demografica entra in gioco: più numerosi sono i giovani e le minoranze etniche (ispanici e afroamericani) e maggiori sono le possibilità di vittoria per i democratici. Dove prevalgono elettori anziani e abitanti nei piccoli centri, o maschi bianchi privi di istruzione universitaria, sono in genere i candidati repubblicani a uscire vincitori. Nel 2008, Obama ebbe una vittoria così ampia anche per la sua capacità di rompere il monopolio elettorale repubblicano nel Sud vincendo in Virginia, North Carolina e Florida, tre stati dove quest’anno avrà grandi difficoltà.

Tuttavia, nei 12 stati ‘in bilico’, quelli in cui si decideranno le elezioni, nel 2012 la coalizione di giovani e minoranze etniche sarà del 3% più numerosa di quanto fosse nel 2008, mentre gli elettori bianchi e senza laurea saranno diminuiti del 3%. Questo non garantisce nulla ma offre a Obama migliori possibilità che a Romney. A livello nazionale, i bianchi costituivano l’89% degli elettori nel 1976, oggi sono circa il 72%; gli ispanici, che tendono a votare per i democratici, erano l’1% nel 1976 e sono quasi il 10%.

Infine occorre considerare il ruolo delle donne: le primarie repubblicane, con il prolungata esibizione di candidati antiabortisti come New Gingrich e Rick Santorum, hanno ulteriormente radicalizzato l’elettorato femminile che, già da molto tempo, tende a favorire in ogni elezione i candidati democratici. Quest’anno il “gender gap” sarà più largo che mai.

Tutto può ancora accadere: un’implosione dell’euro con una nuova crisi mondiale, ancora più violenta di quella del 2008 porterebbe certamente alla sconfitta del presidente, così come un’improvvisa esplosione dei prezzi petroliferi dovuta a un attacco israeliano contro l’Iran. Le incognite sono numerose ma Obama è un candidato che ha senz’altro più possibilità di essere rieletto di quante ne abbia Angela Merkel l’anno prossimo.