Per far passare il ddl anticorruzione, la ministra Paola Severino è costretta alla fiducia. Non c’è stato verso, infatti, di mettere d’accordo i partiti, vero segnale politico che il governo intende dare sul versante giustizia, prioritario rispetto alle altre partite parallele portate avanti soprattutto dal Pdl, sulla responsabilità civile dei giudici e sulle intercettazioni telefoniche. Ieri, però, alla Guardasigilli è apparso chiaro che, viste le posizioni di Pd, Pdl e Udc, su tutto lo spezzone più squisitamente penale delle nuove norme contro la corruzione, come sulle ipotesi d’incandidabilità dei condannati, l’unica era porre la fiducia su un maxiemendamento che sarà presentato oggi, per evitare ulteriori modifiche in aula ed eventuali rischiosi voti segreti.

Conterrà tutta la materia su cui non si è trovata una sintesi, riproponendo sostanzialmente l’emendamento Severino così come era uscito dalla commissione: quindi un piccolo aumento dei minimi di pena sulla corruzione, introdotto dalla Pd Donatella Ferranti e che la ministra avrebbe voluto rivedere per meglio armonizzare questa variazione con gli altri livelli delle pene. Di contro, però, il Pdl avrebbe dovuto tornare sui propositi di mettere mano alla concussione, così come immaginato nell’emendamento di Francesco Paolo Sisto, il cosiddetto salva-Ruby, che limita il nuovo reato di concussione per induzione alla sola attribuzione di una “utilità” o di un “vantaggio” patrimoniali, salvando così di fatto Silvio Berlusconi dal processo per i festini ad Arcore.

Da questo orecchio, però, il Pdl non ci sente e allora il governo andrà avanti con le modifiche ai minimi di pena voluti dal Pd e senza la norma “salva-Ruby”, con una riformulazione minima del reato di traffico d’influenza, considerato dal Pdl troppo generico. Riformulazione che comunque non sembra accontentare il centrodestra. In più, sulla candidabilità o meno dei condannati, si tornerebbe al testo di partenza che assegna al governo la delega per stabilire i casi d’incandidabilità. Un’ipotesi che era stata fortemente avversata dall’Idv, secondo cui la materia è appannaggio del parlamento per dettato costituzionale (il riferimento è all’articolo 65). Una tesi su cui si è schierato anche il Pd che stamattina si preparava a presentare un testo insieme con i dipietristi (i due partiti sembrano rincorrersi sul terreno dell’incandidabilità) che sancirebbe l’esclusione dalle liste anche per i condannati in primo grado, per reati gravi come mafia, terrorismo, corruzione e concussione. Opzione che a monte Pdl e Udc hanno rispedito al mittente.

Morale della favola: anche l’articolo 10, che in realtà fa parte dello spezzone di normativa curato dal ministro della Funzione pubblica Patroni Griffi, rientrerà nel maxiemendamento su cui sarà posta la fiducia. La decisione ieri è stata presa a tarda sera, al termine dell’ennesimo vertice tra Severino e i partiti. “Mettono la fiducia”, confermavano fonti parlamentari. E “con semisoddisfazione di tutti”, è il commento finale. Sì, perché così alla fine i partiti non sono costretti a scegliere su norme che apparirebbero contraddittorie con quanto affermato sin qui dalle varie parti, lasciando questa responsabilità all’esecutivo.

D’altra parte, grande parte del provvedimento è già stato annacquato in aula. Anche ieri quando è stato trovato l’accordo sulla norma cosiddetta “anti trombati”: i candidati non eletti, infatti, scompaiono dai soggetti interessati al divieto di avere incarichi dirigenziali negli enti di riferimento. Restano i politici che hanno avuto incarichi elettivi. Ma per loro il periodo di purgatorio è stato ridotto da tre a un anno. Poca cosa. Come pure non c’è stato verso di dare una sterzata al grande affare degli arbitrati, che ogni anno porta nelle tasche di tecnici, professori e professionisti di fiducia di questa o quella parte (spesso politica), centinaia di migliaia di euro. Respinta la richiesta dell’Idv (che in origine era del Pd) di abolire gli arbitrati nelle controversie che hanno come protagonisti enti dello Stato, mentre invece è stata introdotta una sorta di autorizzazione preventiva da parte della stessa amministrazione. Ovviata anche l’ipotesi di limitare ai dirigenti pubblici il ruolo di arbitro: il loro uso è stato definito solo “preferibile”, dunque via libera alla lobby degli arbitri. Per i quali sarà sì deciso un limite ai compensi, ma solamente nel caso dei dirigenti pubblici.