C’è chi ha pensato di essersene sbarazzato per sempre quando, in quel 12 novembre 2011, Berlusconi ha mollato palazzo Chigi. C’è chi oggi lo dà per un relitto del passato. Temo ci sia l’ottimismo della volontà dietro a queste letture, più che un’analisi spassionata del fenomeno politico che ha attraversato l’Italia per quasi venti anni, e di quello che ci sta dietro.

C’è stato senz’altro molto carisma personale del Capo e c’è stato il sogno collettivo che è stato capace di attivare, lanciando le parole d’ordine che milioni di italiani volevano sentire. Ma c’è stato anche un potere economico e mediatico che ha veicolato tutto questo. Quel potere è tutt’ora schierato sul campo. Lo vediamo quando si tratta di rallentare o bloccare provvedimenti che toccano i suoi interessi privati o finanziari.

Probabilmente, sentire che il prossimo partito di Berlusconi potrebbe chiamarsi “Italia pulita” provocherà in molti una comprensibile reazione di disgusto, per quanto di moralmente contradditorio contiene l’associazione del nome e del suo inventore. Sembra quasi di cogliere una nota beffarda, che giace al fondo, nel rinvio semantico alla stagione di “Mani pulite”.

Non so se “Italia pulita” arriverà a vedere la luce o se rimarrà allo stato di ballon d’essai. Come caso particolare, poco importa. Conta molto di più ciò che possiamo capire in generale da questo fatto, se lo usiamo come indizio di una volontà precisa e condivisa da parecchio centrodestra: arrivare al 2013 raccogliendo ancora una volta tutte le forze con tutti i mezzi per interdire o ipotecare il dopo Monti. In questa operazione, anche uno stregone stanco può essere utile.