Entro in libreria. Sono “costretto” ad acquistare l’ultimo libro di Ammanniti, me lo ha chiesto un amico. Mi guardo attorno. Adoro passeggiare e leggere i titoli, cercare di capire quali argomenti stanno stimolando la fantasia degli editori. Mi cade l’occhio su un paio di titoli dentro lo scaffale dedicato alla società. Urlano, incitano, invogliano a cambiare vita. “Mettersi in gioco”, dicono. Dare spazio alle proprie reali aspirazioni. “Leggere dentro se stessi”. Le copertine sono molto colorate. Sembrano pensate da quei guru statunitensi che ogni tanto vedi in televisione. Sì, quelli che piazzano la mano sulla fronte delle persone e gridano “liberati!”. E chi subisce sviene sistematicamente. Vabbè. Comunque ho pensato ai miei quaranta e passa anni. A chi ero. Chi dovevo essere. E chi sono diventato. Perché esiste sempre una data, un giorno, o, forse, proprio solo un attimo.

Quell’esatto momento in cui la tua vita, che barcolla tra le aspettative realizzate, dei tuoi genitori verso di te, e i tuoi desideri disattesi, improvvisamente cambia direzione, veleggia verso nuove imprevedibili rotte.

All’inizio ti sembra solo un piccolo aggiustamento di bussola. In realtà, piano piano, ti accorgi che si tratta di un vero e proprio terremoto che fa sparire le poche certezze illusorie che hai conquistato fino a quel momento. E ti restituisce un nuovo te che non sarà mai più lo stesso.

Ma questa consapevolezza, la si ottiene solo dopo tanto tempo. Solo dopo aver vissuto una lunga serie di paure, angosce e di sconfitte con se stessi.

Forse, è per questo che, quella sera del 1995, non mi accorsi che l’ultimo paragrafo della mia ormai vecchia vita stava per essere scritto.

Era un tiepido fine settembre milanese, tutti gli happy hour di Corso Como suonavano a festa e il caso mi portò davanti all’insegna luminosa del famoso Teatro Smeraldo.

Un venticinquenne neolaureato in Giurisprudenza e praticante in uno dei più importanti studi legali di Messina; in servizio di leva come ufficiale per la Marina militare italiana; prossimo all’accasamento e cantante solo per hobby. Insomma, tutto il meglio che una mamma italiana può desiderare.

Era lì, col naso all’insù, di fronte ad una di quelle sliding doors che, continuamente, ti viene chiesto di imboccare ma che certe paure ti impediscono di vedere. Tutti gli spettacoli ed i concerti che stavano per arrivare nel prossimo, nebbioso, inverno ambrosiano scorrevano veloci su quella combinazione di led che a me sembrava un prodigio della tecnica. Uno di quelli mi accecò: Jesus Christ Superstar.

Conoscevo quel musical. Ne conoscevo ogni nota, ogni assolo. Avevo assassinato con la chitarra il riff di “Heaven on their minds” e, con il gruppo di amici con il quale cantavo, mi ero, di volta in volta, calato nei ruoli di Giuda, Gesù, e anche di Maria Maddalena.

E poi, sapevo che chi aveva allestito lo spettacolo, nella stagione teatrale appena conclusa, era proprio una compagnia di Messina, città in cui vivevo. Fu allora, che sussurrai timidamente “quanto sarebbe bello poter essere in tour per tutta l’Italia con un show come questo”. “Che deficiente…”, dissi, subito, tra me e me, tirando su un sorso di Negroni (allora non si bevevano né Mojitos, né Spritz) e accennando un sorriso imbarazzato. Scacciai via la frase e la vergogna per averla formulata e tornai verso l’albergo. La mattina seguente, avrei preso l’aereo che mi riportava in Sicilia dalla mia “prima volta” a Milano.

Poi, però, il caso. Due giorni dopo. Il telefono squilla e dall’altro capo sento la voce del regista del musical che mi chiede di fare un provino. E insiste pure!

Mi aveva sentito cantare ad una festa e gli sembravo perfetto per un ruolo da sostituire. Vado. È pomeriggio. Entro in uno sgabuzzino ingombro di mille inutili oggetti e canto il pezzo di “Simone Zelota” senza microfono e senza musica. La mia vita era già cambiata. 

Solo che non lo sapevo ancora.