L’università è uguale per tutti. Sbagliato. L’università, come è strutturata oggi, è un regalo dei poveri ai ricchi perché le sue tasse sono fortemente regressive, come mostra una ricerca di Andrea Ichino dell’Università di Bologna e di Daniele Terlizzese della Banca d’Italia, presentata nel corso del Festival dell’Economia conclusosi domenica sera a Trento.

Supponiamo che lo studente viva da solo, o venga da una famiglia con un reddito molto modesto: 15.000 euro l’anno. Per iscriversi all’università pagherà 874,83 euro, ovvero il 5,8% del reddito familiare, un aggravio non da poco per chi fatica ad arrivare a fine mese: in queste condizioni molti diciottenni pur “capaci e meritevoli” saranno scoraggiati dal tentare di raggiungere la laurea. Ma guardiamo cosa succede se la famiglia di provenienza ha un reddito di 40.000 euro: le tasse saliranno in termini assoluti (1746,79 euro) ma diminuiranno in percentuale sul reddito familiare, perché corrispondono solo al 4,3% di quest’ultimo. E poiché il tetto massimo nelle università del Veneto è, in media, 1835,46 euro ne consegue che una famiglia con un reddito tassabile di 100.000 euro pagherebbe soltanto l’1,8% del proprio reddito per far ottenere una laurea al figlio.

“Sostanzialmente”, spiega il professor Ichino, “bisogna porre fine all’iniquità per cui oggi i poveri pagano l’università ai ricchi, facendo pagare chi se lo può permettere e aiutando chi è meritevole ma senza sostegno non riuscirebbe a frequentare l’università”. La proposta di Ichino è interessante per gli strumenti che intende mettere in campo: prestiti condizionati al reddito (Income Contingent Loans), ovvero finanziamenti che sarebbero ripagati solo al raggiungimento di un certo livello di reddito lavorativo, quindi consentirebbero di affrontare l’università senza l’ansia generata da un tradizionale prestito bancario.

Lo scopo è di permettere agli atenei di chiedere maggiori tasse per portare più risorse all’università a carico di chi da essa trae benefici; questo, se unito a una maggiore autonomia per gli atenei (che oggi non possono incamerare dalle tasse più del 20% del loro Fondo di finanziamento ordinario) permetterebbe di creare risorse che poi le università aderenti allo schema potrebbero investire in corsi di laurea di eccellenza ma anche nel finanziare i corsi meno “popolari” ma culturalmente importanti.

L’idea farà certamente discutere ma il punto di partenza è incontestable: occorre disegnare il sistema delle tasse universitarie per renderlo progressivo e non regressivo, secondo i dettami della Costituzione.