Sarà la Spagna a farla finita con l’euro come lo conosciamo, realizzando l’opera non riuscita a portoghesi e greci nonostante questi ultimi ci abbiano tentato (e continuino a tentarci) con ammirevole dedizione? Se mi avessero posto questa domanda nel mezzo dell’estate 2011, quella durante la quale gli italiani fecero inimicizia con lo spread, avrei risposto con un tranquillo “no”: la situazione spagnola era grave, lo è dal 2006 infatti, ma non drammatica e c’erano ancora margini relativamente abbondanti per evitare disastri. Ora, devo ammetterlo, non è più così e questo drammatico cambio, che ha cominciato a materializzarsi fra settembre e novembre dell’anno scorso, va compreso ed interpretato perché ha in serbo gravi ed utili lezioni anche per noi, oltre che per tutta l’Europa.

La Spagna oggi è, di fatto e molto di più di quanto forse appaia dallo spread sul suo debito pubblico e dalla caduta dell’Ibex, sull’orlo del baratro e lo è a causa di una parte del suo sistema finanziario: le “cajas” pubbliche ed un pezzo piccolo della banca privata. Le cajas sono le nostre vecchie casse di risparmio, tali e quali. Controllano più della metà del sistema bancario spagnolo e le due più grandi (La Caixa, catalanissima, e Caja Madrid ora Bankia dopo una serie di fusioni una più demente dell’altra, madrilena) sono rispettivamente la terza e la quarta banca del paese (Santander e Bbva son la prima e la seconda). Le cajas sono quasi tutte fallite (fatta eccezione forse per La Caixa ma non è più il caso di mettere la mano sul fuoco per nessuno) e lo sono perché sono state il motore finanziario della bolla speculativa 2005-2007 legata al ladrillo, noto da noi come mattone. Le cajas sono da sempre in mano ai partiti e lo sono così esplicitamente che gli spagnoli parlano ufficialmente di “cajas del PP, del PSOE, di CyU” e così via. Il buco si stima attualmente fra gli 80 ed i 120 miliardi di euro ma, visto che Bankia (del PP, appena “nazionalizzata”) è passata da un buco stimato di 10 ad uno rivelato di 40, meglio anche qui non mettere la mano sul fuoco.

Dal 2007 in poi questo buco è stato attivamente coperto dai consigli delle varie cajas (composti quasi essenzialmente di politici, sindacalisti e qualche prete), dal Psoe, dal Pp, dal governatore del Banco de España ed anche da buona parte dei media spagnoli coscienti del potere delle cajas medesime. Chi provava a mettere in evidenza che i conti non tornavano veniva rimbrottato mentre, nel frattempo, le cajas continuavano a rifinanziare il capitale e gli interessi di progetti residenziali falliti, aumentando così la loro esposizione. Da circa un anno la liquidità si è fatta drammaticamente scarsa ed il giochetto del rilancio non ha più funzionato.

Oggi non solo le cajas sono quasi tutte fallite e praticamente non operative (ossia, non fanno credito a nessuno, buono o cattivo che sia) ma la loro malattia – che avrebbe potuto essere isolata in maniera costosa ma non troppo quattro anni fa – ha ora contagiato l’intero sistema bancario. Quest’ultimo, che soffre di una progressiva emorragia di depositi e fatica a finanziarsi sul mercato, sta sottoponendo il proprio paese ad una restrizione brutale del credito. È fondamentalmente per questo che la Spagna è entrata in una recessione forse più profonda di quella in corso pure in Italia (la quale ha le stesse radici, anche se la condizione delle banche italiane è meno grave di quella delle spagnole) e non certo per i piccoli tagli di spesa effettuati sino ad ora: la spesa pubblica spagnola, nel 2012, sarà ancora superiore a quella del 2011. Sono le banche e soprattutto le cajas che stanno uccidendo la Spagna ed è per questo che vanno (quasi) tutte intervenute al più presto, i loro consigli d’amministrazione cacciati ed i loro capitali ricostruiti con nuovi fondi. E questo deve essere fatto al più presto perché l’economia spagnola si sta avvitando su se stessa con sintomi greci – per chi non se ne fosse reso ancora conto: non è stata l’austerità a massacrare la Grecia, ma il collasso del suo sistema bancario.

Ed è qui che casca l’asino: lo stato spagnolo non è oggi in grado di indebitarsi sul mercato per i 100-120 miliardi di euro addizionali di cui avrebbe bisogno per nazionalizzare. Se provasse a farlo rischierebbe la sindrome irlandese, avvitandosi. Ha quindi bisogno di aiuti esterni che possono venire solo dallo Efsf/Esm o, pensano i politici spagnoli, dalla Bce. Sì, perché PSOE e PP, che si aggrediscono su tutto in maniera violenta da anni, su una cosa sono riusciti neanche tanto segretamente a “pactar” la settimana scorsa: che richiedere l’aiuto dell’Efsf/Esm comprometterebbe l’indipendenza nazionale e che, quindi, le cajas devono sopravvivere grazie a finanziamenti straordinari della Bce. La quale, non avendo alcuna intenzione da un lato di violare il proprio mandato e dall’altro di aprire l’ennesimo vaso di Pandora pieno di mostri, ha immediatamente risposto picche.

Perché qui non si tratta di fare il lender of last resort di alcune banche in crisi di liquidità ma di ricapitalizzare banche fallite, che da mai è compito di una banca centrale. Su questo stallo che dura oramai da una decina di giorni si è inserita oggi l’iniziativa della Commissione Europea che ha suggerito di utilizzare l’Efsf/Esm per ricapitalizzare le banche. Proposta saggia, non tanto di mediazione ma di superamento dello stallo guardando ai suoi aspetti più generali: l’Europa non può avere una banca centrale comune senza avere un regolatore bancario comune capace di intervenire le singole banche nazionali ed assumerne il controllo quando la stabilità del sistema lo richiedesse.

Assumere il controllo, però, deve voler dire davvero assumere il controllo e, ammesso e non concesso che su questa nuova proposta si aggreghi il consenso europeo, non è detto che ai politici spagnoli piaccia l’idea di dover perdere per sempre i loro giocattolini chiamati cajas che finirebbero per essere gestiti da tecnocrati provenienti dai quattro angoli d’Europa invece che dai loro amici di provincia. Perché forse sarà anche vero che questa crisi infinita è frutto dell’irrazionalità dei mercati ma, da quanto mi risulta, quella spagnola è tutta e solo figlia della voracità e del cinismo dei politici. E non è la sola.

Il Fatto Quotidiano, 1 Giugno 2012