Tu mi approvi il ddl anticorruzione e io ti faccio arrivare in aula le norme sulle intercettazioni: è questo, in sintesi, l’accordo trovato tra Pd e Pdl nella riunione dei capigruppo dopo una giornata in cui il Pdl ha alzato il livello dello scontro, rendendosi conto che il disegno di legge più che assomigliare alla formulazione di Angelino Alfano è stato trasformato in una creatura autonoma dalla Guardasigilli Paola Severino e dal collega della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi. E hanno intensificato il fuoco di sbarramento, colpendo uno dei cardini delle modifiche proposte da Patroni Griffi: la cosiddetta norma anti trombati, che vieta a chi ha ricoperto cariche elettive o è stato anche solamente candidato in un ente, di assumere per i tre anni successivi incarichi dirigenziali in quello stesso ente.

Una vera mannaia per i partiti abituati a consolare chi non era stato premiato dall’elettorato (o dalla rissa per una poltrona) con incarichi normalmente molto ben retribuiti nelle aziende o nei gangli dello stesso ente per il quale i cittadini non li hanno ritenuti idonei. Di esempi le cronache sono piene: c’è la pdl Monica Barbara Guareschi che se non ce l’ha fatta a farsi eleggere al Pirellone, almeno ha ottenuto un bello stipendio da 100mila euro l’anno per occuparsi della tutela dei consumatori per la stessa Regione Lombardia; oppure l’ex capogruppo dei verdi alla Regione Lazio Enrico Fontana, che con Sel non ce l’ha fatta a essere rieletto, ha riparato a via della Pisana come consulente chiamato dal presidente dell’assemblea, il Pdl Mario Abruzzese, per preparare un progetto sul contrasto alla mafia, in cambio di 20mila euro in un anno; e ancora l’ex presidente della Provincia di Nuoro, il democratico Giuseppe Matteo Parisi, che di mestiere fa l’architetto e per ristrutturare e mettere a norma il liceo cittadino avrà 13mila euro dallo stesso ente che ha guidato.

Il Governo, insomma, voleva stabilire regole di etica minima che rendessero chiara la separazione tra le scelte dell’apparato politico e quelle della pubblica amministrazione. E invece no. La pdl Beatrice Lorenzin è insorto in commissione, ben supportata dalla Lega, e poi ancora in aula dove alla fine si è deciso di accantonare la norma, chiedendone la riformulazione a Patroni Griffi. Che ha masticato amarissimo (“Con cose così Grillo ci farà l’intera campagna elettorale”, borbottavano nel pomeriggio gli uomini del suo staff) e ora prova a trattare una riscrittura che non svuoti di contenuto ed efficacia il testo tacciato dal centrodestra di equiparare i trombati ai condannati, per quel riferimento all’esclusione dagli incarichi per i successivi tre anni.

Al pari, però, il Pdl non sembra aver avuto da ridire sulle altre norme che, per esempio, restringono di molto il campo di azione dei magistrati: quelli del Consiglio di Stato, per esempio, non potranno restare fuori ruolo per più di tre anni, mentre i giudici ordinari saranno del tutto esclusi dai collegi arbitrali. Una mannaia su carriere e guadagni extra, insomma. Ma se questa mannaia su abbatte sulla casta, pesi e misure cambiano. E se sin qui il Pdl ha giocato a tutelare gli interessi della sua area elettorale di riferimento (quei professionisti che fanno affari d’oro con le pubbliche amministrazioni), la prossima settimana, con l’arrivo in aula della parte del ddl più squisitamente penale, il confronto politico rischia di trasformarsi in un inferno.

A parte le norme sulla concussione, a parte l’inasprimento sulle pene, il Pdl non ha sciolto le proprie riserve sulla corruzione tra privati e il traffico d’influenza. Tanto da proporre nella capigruppo un rinvio di un paio di settimane che, nei fatti, significava un rinvio sine die, contro il quale si è impuntato l’Udc. La mediazione, dunque, è stata trovata con la calendarizzazione dal 18 al 22 giugno delle intercettazioni che, negli accordi con via Arenula, in effetti avrebbero dovuto viaggiare di pari passo con l’anticorruzione (unica misura politica che interessa veramente al governo e su cui l’esecutivo quasi certamente porrà la fiducia) e la responsabilità civile dei giudici che la prossima settimana sbarcherà in aula a Palazzo Madama.

In più, il Pd ha incassato l’inserimento in calendario delle norme sulla cittadinanza. Convinto che queste, come le intercettazioni stesse, siano misure di bandiera che non riusciranno mai a essere discusse. Un modo per addolcire la pillola dell’anticorruzione al Pdl. Cui però non sfugge che la norma sulle intercettazioni arrivano in terza lettura alla Camera e che, se trovassero una maggioranza pronta a votarle, diventerebbero subito legge.