Un altro terremoto nel terremoto mette in ginocchio l’Emilia. L’inizio di uno sciame sismico che sembra oramai interminabile è domenica mattina 20 maggio alle 4.04. Senza avvisaglia alcuna, la terra trema per almeno una ventina di secondi tra le province di Modena, Bologna e Ferrara. E’ magnitudo 6 della scala Richter. Una forza distruttrice che da queste parti nessuno ricorda nell’ultimo secolo.

I paesi di Finale Emilia e San Felice sul Panaro subiscono i danni più ingenti, danni prima di tutto al patrimonio architettonico e artistico dei centri antichi: chiese, rocche e torri che si sbriciolano in pochi secondi. Altri centri come Galeazza, Mirabello e Crevalcore subiscono danni al loro patrimonio storico per milioni di euro. E se di primo acchito è tanto lo spavento e lo stupore per un sisma che in questa zona pareva un’eventualità remota, subito si contano le vittime che si verificano o per un decesso dovuto a malore (le tre donne morte domenica notte) o sotto le macerie di capannoni industriali nella zona di Sant’Agostino (quattro i morti).

Eppure all’indignazione e al dolore segue subito un composto sentimento di solidarietà e rispetto per l’altro con un’organizzazione mirata e precisa pronta ad accogliere le migliaia di sfollati che ancora fino a ieri sono affluiti nei centri d’accoglienza arrivando ad un numero totale che a detta di molti sindaci dei paesi colpiti è ben oltre, almeno il doppio, della stima ufficiale di 7mila.

Nelle zone terremotate martedì 22 maggio arriva il presidente del consiglio Monti. Fischiato e ripreso da parecchie donne sfollate di Sant’Agostino, costrette a dormire in macchina, il primo ministro raccoglie un’accoglienza fredda anche di fronte allo stanziamento di 50 milioni di euro che il consiglio dei ministri subito sblocca per le aree terremotate, sempre il 22 maggio, istituendo lo stato di emergenza nelle province di Modena, Bologna, Ferrara e Mantova, e dando potere assoluto al capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli. Una cifra che appare subito modesta: 100 euro per ogni terremotato e 600 euro a famiglia al mese.

Il 24 maggio è la volta del ministro dei beni culturali, Lorenzo Ornaghi, che visitando i centri storici di Finale Emilia  e San Felice afferma di trovarsi di fronte ai danni dovuti “ad un bombardamento da guerra mondiale”. Ornaghi rilascia anche una dichiarazione sibillina che non promette nulla di buono per questi paesi che hanno cullato i loro piccoli gioielli architettonici e si ritrovano improvvisamente la loro memoria storia cancellata: “Ricostruire fissando priorità”.

La polemica però divampa attorno alle quattro vittime, operai del turno di notte, le uniche legate ai crolli di capannoni e stabilimenti industriali dovuti al terremoto. In alcuni casi come alla Tecopress e alla Ceramiche Sant’Agostino i tetti e le pareti si sono sbriciolati come burro. Improvvisamente il tessuto commerciale ed industriale di una delle parti più laboriose del paese si sfilaccia e si ritrova di fronte al baratro della chiusura delle fabbriche e della sospensione dal lavoro per centinaia di operai ed impiegati.

Tocca poi al dramma della frazione di San Carlo (Ferrara), dove una crepa nel terreno taglia a metà il paese facendo fuoriuscire sabbia e melma tra le strade e le case: 250 persone sfollate e l’idea che nessuno avesse mai valutato scientificamente gli effetti di scosse di terremoto su vecchi alvei di fiumi sepolti nel tempo sottoterra, come qui risulta il Reno.

Uno sciame sismico che in nove giorni non ha mai smesso di farsi sentire con centinaia di scosse, tra magnitudo 1.8 e 3.2 della scala Richter, ma mai percepite come l’ultima devastante scossa registrata fortissima questa mattina alle 9 (Richter 5.8) a Bologna, Ferrara, Modena e Padova, ma anche in Toscana, nelle Marche, in Friuli e Lombardia, perfino in Austria, con ulteriore replica delle 12.59 con magnitudo 5.3

Crolla tutto ciò che era rimasto miracolosamente in piedi: chiese e molte case private, stabilimenti industriali con al lavoro centinaia di operai e impiegati. La terra trema ancora e ora la paura è che il già avviato tentativo di ricostruzione della vita quotidiana nelle proprie case, come del ciclo industriale ed economico della zona, debba ricominciare da capo. Con la sensazione ad ogni minuto di risentire quel boato sordo del terremoto.