Per Tim Burton è quasi un talismano, un sinistro portafortuna cui non può rinunciare, fosse solo per l’inconfondibile voce da baritono prestata ad un altissimo e ossuto pupazzo animato. Da un paio di decenni, Sir Christopher Lee – novant’anni questa domenica – ricambia l’affetto dimostrato dai molti registi cresciuti seguendo i suoi oscuri traffici di celluloide con una presenza che va ben oltre l’autorevolezza e il gioco cinefilo. Corpo ingombrante e fiero, rappresenta da sempre una figura attoriale apparentemente a senso unico, ma in realtà poco decifrabile: la sua vera anima va cercata nella totalità della produzione, nei quasi trecento titoli interpretati e non solo nello Scorsese di turno, nella volontà bulimica di un volto che passa da ottimi a pessimi lavori proponendo genialmente solo se stesso.  

Senza la morbidezza dell’amico Peter Cushing o la simpatia di Vincent Price, rimane una magnifica e monolitica maschera, modello insuperabile per una serie di attori votati al “lato oscuro della recitazione” che tentano, spesso invano, di comprenderne la naturale e per questo inarrivabile alchimia. La sua genetica mancanza di humor si fa macroscopica in Tempi duri per i vampiri di Steno o nel francese Dracula padre e figlio, dove è chiamato a parodiare la figura del conte transilvano che ha reso immortale nei film diretti da Terence Fisher per la Hammer. Di contro, ha pochi rivali nell’ostentare altezzosità e distacco, tra i mille ruoli tornano alla mente il suo Mycroft Holmes nel capolavoro Vita privata di Sherlock Holmes di Billy Wilder o quel Lord Summerisle che domina il tetro e magnifico The Wicker Man (la pellicola che preferisce tra tutte le sue).  

Ma la conclusione più errata sarebbe ritenere limitato il suo ventaglio interpretativo, composto invero da moltissime variazioni intorno ad una nobile prosopopea, senza ben considerare l’unicità del suo percorso. Raro caso di un caratterista che è allo stesso modo primo attore, negli anni, ha saputo mescolare al contegno inglese quella carica di sessualità propria dei divi americani; l’esatto contrario dello statunitense Price, che amava giocare, a volte in maniera sublime, con una recitazione affettata di chiara matrice anglosassone. Stanno anche in questo l’unicità e la modernità di Christopher Lee. E’ come se il viziaccio di accettare, in passato, qualsiasi parte avesse dato forma al suo originale e vincente modello divistico fino ad oggi, in cui è impegnato nelle riprese di Lo Hobbit di Peter Jackson e ha due film in post-produzione, Night Train to Lisbon di Bille August e Frankenweenie del pupillo Burton.