E’ andata come doveva andare: la matricola François Hollande ieri sera, al vertice europeo informale, convocato d’urgenza a Bruxelles, ha messo sul tavolo con determinazione la sua proposta di eurobond, nuove obbligazioni che associno in una sola barca tutti i Paesi, virtuosi o meno, dell’Eurozona. Angela Merkel, da parte sua, ha espresso la propria opposizione: come previsto. Il dibattito è solo iniziato e sarà ostico, davvero. La vera novità del summit, invece, è che i 27, al di là delle rassicurazioni di prassi, cominciano a evocare l’uscita dall’euro della Grecia. Diversi segnali ormai indicano che l’impossibile può diventare possibile. Non c’è niente da fare.

Da una parte, appunto, la formale determinazione a mantenere Atene nel club. “Vogliamo che la Grecia resti nella zona euro e rispetti i suoi impegni”, ha dichiarato nella notte Herman Van Rompuy, presidente dell’Unione europea, leggendo un testo comune per tutti i 27. Ma nella comunicazione ufficiale del vertice, si legge anche questo passaggio, a dire il vero un po’ ambiguo: “l’impegno a salvaguadare la stabilità finanziaria dell’Eurozona e la sua integrità”. Il riferimento alla “stabilità finanziaria” dà il senso di una preoccupazione volta a evitare il contagio.

Anche le dichiarazioni di Hollande a fine vertice hanno fatto trapelare che l’atteggiamento dell’Europa sta cambiando, sebbene in maniera cauta e diplomatica. Il neopresidente francese ha parlato di “fiducia agli elettori greci”, che il 17 giugno devono ritornare alle urne, dopo che lo scrutinio del 6 maggio non è riuscito a dotare il Paese di un Governo stabile. I 27 hanno proposto che i fondi strutturali europei siano utilizzati per sostenere l’economia ellenica. “Il più rapidamente possibile”, ha precisato Hollande. Ma il leader socialista, sollecitato dai giornalisti sulle voci riguardo all’elaborazione di piani, anche da parte della Francia, per prepararsi all’uscita della Grecia dall’euro, ha detto: “Non dico che non si lavori in questo senso, apparentemente ci sono informazioni secondo le quali alcune simulazioni potrebbero esistere. Ma se mi metto pubblicamente a parlare dell’ipotesi di un’uscita della Grecia – ha continuato – questo significherebbe che avremmo già inviato un segnale ad Atene. E ai mercati”.

D’altra parte un diplomatico europeo, rimasto anonimo e citato da alcune agenzie di stampa, ha assicurato che l’eventualità è stata evocata a un incontro, lunedì scorso, dell’Euro Working Group, che riunisce gli alti funzionari degli Stati membri della zona euro. “Abbiamo detto: ognuno di voi ci rifletta e più tardi metteremo in piedi un coordinamento di quello che ognuno deve fare a livello europeo”, ha sottolineato.

Intanto, al di là dell’emergenza ellenica, ieri sera è iniziato il dibattito sugli eurobond, uno strumento che potrebbe sostenere i Paesi più zoppicanti dell’Eurozona per finanziare il loro debito. Un vertice (che si è ridotto alla fine a una lunga cena fra i premier e i Capi di Stato dei 27) non poteva essere sufficiente, ovviamente, a trovare un accordo. La Merkel, in effetti, resta determinata a impedire la creazione di questi strumenti finanziari comuni, “perché – ha detto – non sono un contributo alla crescita”. Hollande, comunque, è riuscito a inserire la questione nel “menu” del prossimo vertice del 28 e del 29 giugno. In questa battaglia lo appoggiano la Commissione europea e soprattutto Mario Monti. Anche l’Ocse e Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, hanno suggerito martedì che gli eurobond possono aiutare a risolvere la crisi dell’euro. Al fianco della Germania, invece, in appoggio al suo niet, la Finlandia, i Paesi Bassi e la Svezia. Tutti Stati virtuosi, che non vogliono coindividere obbligazioni sul debito (con conseguente aumento, per loro, dei tassi d’interesse pagati sui propri bond) con i Paesi del Sud Europa, che sborsano rendimenti sempre più elevati sui titoli di Stato. Come la Grecia, la Spagna, il Portogallo. E anche l’Italia.