Tutto procede. Tutto sembra tornare alla casella iniziale. I punti oscuri sull’esplosione che venerdì ha ucciso Melissa Bassi, e ferito sei sue amiche, sono davvero tanti. Almeno quanto le “piste” che, sin dal primo giorno, scorrono parallele: “il gesto isolato di un folle”, “il terrorismo politico”, “la mafia locale”, “l’opera di altre mafie”. La pista iniziale, quella più seguita fino a ieri, è stata la prima, quella di un gesto isolato. Ma molti, troppi elementi, sembrano dissonanti tra loro.

Il video che incastra l’attentatore

C’È UN VIDEO che incastra l’attentatore. Ne abbiamo mostrato, nei giorni scorsi, alcuni fotogrammi. L’uomo inquadrato aveva fatto dei sopralluoghi nei giorni precedenti all’esplosione, oppure no? Per un “professionista”, o un lucido killer, è necessario effettuare un sopralluogo sul teatro dell’attentato per evitare di lasciare tracce. Prima fra tutte, la traccia delle sue stesse immagini. Eppure una traccia – il video appunto – la lascia. Segno che si tratta di un professionista disattento. Il che non depone bene per la pista di una mafia ben attrezzata ed esperta. E neanche per un gruppo di terroristi ben addestrato. La mafia del posto, a maggior ragione, dovrebbe essere a conoscenza del “dettaglio” di una video camera – antiracket – posta sul chiosco dinanzi alla scuola. La stessa ipotesi, però, può essere capovolta: forse il killer non ha visto le telecamere perché, quel sopralluogo, non l’ha mai fatto? E questo propende per la tesi del gesto isolato di un folle.

La disabilità chiama un complice

IL “FOLLE”, però, viene ripreso anche nella su disabilità al braccio: segno che, con molta difficoltà, avrebbe potuto trasportare fin lì una cinquantina di chili, in bombole di gas,sebbene custodite in un carrello dei rifiuti dotato di ruote. Il “folle” ha bisogno di un complice. E questo è un altro punto oscuro: quante sono le probabilità che i folli, in questa vicenda, siano due? Due persone, due moventi, mentre risulta ancora difficile trovarne uno soltanto.

La mafia e il gesto simbolico

RESTANO INTATTI due elementi fortemente simbolici: il nome della scuola, innanzitutto, intitolata a Francesca Morvillo, la moglie di Giovanni Falcone, simboli della lotta alla mafia e, nel tempo stesso, dello stragismo mafioso. E poi l’arrivo, previsto in quei giorni, della carovana antimafia. Se il simbolo vale più degli altri elementi, se si tratta di un segnale di questa portata, è chiaro che la pista diventa di matrice mafiosa. Ma la mafia – intesa come Cosa Nostra, ‘ndrangheta, camorra o Sacra Corona Unita che sia – sa come maneggiare gli esplosivi e ne ha parecchi a disposizione: perché utilizzare tre bombole di gas? E ancora: perché utilizzare quell’innesco “volumetrico” che lascia esplodere l’ordigno al passaggio delle prime ragazze e non nel momento in cui si sono già assembrate dinanzi alla scuola? È stata uccisa una ragazza di Mesagne. Sono state ferite sei ragazzine dello stesso paese: l’obiettivo era una di loro? Allora perché non colpire direttamente la vittima, con una strategia mirata, anziché colpire nel mucchio?

Il terrorismo politico

IL PUNTO PIÙ coerente, con un’ipotesi di questo tipo, è la destabilizzazione del Paese: colpire delle ragazzine inermi, che vanno a scuola, e rivendicare il gesto, significa gettare nel panico l’intera popolazione. Ma allora: l’intitolazione della scuola a Morvillo Falcone è solo una coincidenza? E soprattutto: non è arrivata alcuna rivendicazione. E solo una rivendicazione può essere coerente con questo fine. A cozzare con questa ipotesi, oltre il tipo di esplosivo, e l’incredibile facilità con cui l’attentatore s’è fatto riprendere dalle telecamere, e soprattutto un dato: mai come adesso, nella storia di questo territorio, s’è addensata una tale mole di forze di polizia. Il territorio è controllato. Perquisito. Monitorato. Difficile fare affari – che siano spaccio o estorsioni – in queste condizioni – e questo non fa bene alla Sacra Corona Unita che, nella sua storia, non ha mai sfidato lo Stato con un attacco di queste proporzioni. Infine: la morte di una ragazzina non porta certo consenso sul territorio. A meno che, l’obiettivo, non sia proprio conquistare il consenso: ritrovando il carnefice.