Proprio in questi giorni David Byrne ha compiuto sessant’anni. La notizia scorre piacevolmente sul web, logico quanto doveroso tributargli gli onori che merita. Non che sul leader dei Talking Heads si possa aggiungere più di tanto, la storia se l’è scritta da solo, prima con il suo gruppo e successivamente peregrinando qua e là alla ricerca di nuovi capitoli da aggiungere alla personale leggenda.

Senza timore di essere smentiti, è possibile definirlo un genio. Si aggiunga pure che appartiene a quella ristrettissima cerchia di personaggi la cui arte s’impone a prescindere, poiché prevarica il tempo, le tendenze e ancor più le mode.

Com’è risaputo, ad ogni genio corrispondono tre desideri: il primo – neanche a dirlo – si realizza con i Talking Heads, il secondo, mediante una carriera solista di tutto rispetto e il terzo tramite le infinite collaborazioni che hanno, se possibile, impreziosito il percorso artistico di un artista a tutto tondo.

Ora, ragionare su quanto fatto da Byrne “in solitaria” è un discorso complesso; sono molteplici i progetti, molti dei quali passati inosservati, tanto che la somma di quanto da lui prodotto è – per queste pagine – quantomeno fuori portata.

Parlare invece di quanto espresso con “le menti parlanti” è forse compito più agevole. Come già detto la discografia è ampia e i fiumi d’inchiostro versati per raccontarla trascendono ogni ragionevole tributo, anche se “ciò che resta” non è mai abbastanza e si tramanda nella segreta speranza che le nuove generazioni – visto l’incerto presente musicale – rivolgano lo sguardo al passato. Soltanto dopo averne conosciuti i dogmi, potranno, infatti “rinnegarlo”. In altre parole, “comincino pure a studiare” – nella fattispecie – facendo riferimento alla voce New Wave e solo dopo aver appreso per filo e per segno le antiche parabole potranno fare gli schizzinosi guardando al proprio inquietante futuro. 

E siccome di passato si parla, proviamo ad evocare “il genio”! Strofinando la lampada ci si ritrova come per incanto al suo cospetto, davanti  ai “9 dischi 9” concepiti con la sua band; pescarne uno dal mazzo è cosa assai gradita.

Volendo rifuggire l’ovvietà della bellezza (1977, More Songs About Buildings and Food), la successiva consacrazione (Fear of Music, Remain in Lights, Speak in Tongue), nonché il canto del cigno (Little Creatures, True Stories, e Naked) si scopre che la fotografia perfetta di una band al culmine del successo è data dal disco live: Stop Making Sense ancora oggi, sconvolge. La rilettura delle canzoni esalta l’ecletticità della band, capace di misurarsi con gli stili musicali più disparati. Psycho Killer, qui, abilmente destrutturata apre un concerto che cresce in linea con la scaletta, focalizzata per metà su Speaking in Tongues e bilanciata con i pezzi che hanno fatto la storia (Once in a Liftime) e alcuni che avrebbero dovuto farla (What A Day That Was). Finale mozzafiato con Byrne in abito grigio oversize a “giganteggiare”sul palco.

Come molti di voi sapranno, Stop Making Sense non è soltanto un disco; il video a corredo (ma in questo caso possiamo parlare di film) è uno dei rarissimi esempi in cui il connubio tra musica e immagini funziona perfettamente.

Era la fine del 1983 e presso il teatro Pantages di Hollywood, Jonathan Demme, coadiuvato alla fotografia da Jordan Cronenweth e alle luci dallo stesso Byrne, registra in presa diretta. Lo show è magistralmente confezionato e mette in luce la creatività universale di un gruppo in stato di grazia. Sul palco, le canzoni prendono vita ma sono solo una parte di ciò che visivamente accade: suoni ed immagini sono inestricabilmente vincolati all’apparente improvvisazione che si riflette nella riuscita progressiva dell’intera operazione.

Senza svicolare più di tanto, in quel periodo – in Italia –  esisteva Mr. Fantasy, un programma musicale leggendario. Carlo Massarini – altro genio – lanciava i suoi “incantesimi” dalle frequenze di Rai Uno. Le canzoni dei Talking Heads – così come quelle di tanti altri gruppi – non erano altro che piacevoli sortilegi per restare sintonizzati con la musica di un’epoca indimenticabile. La mia generazione ancora ringrazia!

Nel frattempo il solito dj qualunque, caduto tra le braccia di Morfeo … sogna di aver trovato la lampada del genio e realizza il primo dei 3 desideri, ritrovandosi “a giganteggiare” sul palco del Pantages Theatre di Hollywood alla fine del 1983; vestito con un abito grigio oversize, davanti ad un pubblico in delirio, ancora inconsapevole del concerto che si porterà nel cuore per tutta la vita.

9 canzoni 9 … perché i sogni son desideri

Lato A

Heaven • Talking Heads

Marquee Moon • Television

Dead Man’s Party • Oingo Boingo

Gone Daddy Gone • Violent Femmes

Lato B

96 Tears • The Cramps

Rock Lobster • B-52’S

Mongoloid • Devo

Pump it Up • Elvis Costello

Modern Dance • Pere Ubu