Il politico italiano, giornalista e intellettuale Antonio Gramsci, a 75 anni dalla sua scomparsa, resta un punto di riferimento importante per la sinistra. Non solo in Italia.

Il 27 aprile 1937 morì Antonio Gramsci, cofondatore del Partito Comunista Italiano, innovatore del marxismo e finora il più discusso al mondo tra gli intellettuali italiani. In occasione del 75° Anniversario, in Italia un po’ dappertutto vengono commemorate le tragiche circostanze della sua morte. Gramsci morì pochi giorni dopo la fine della sua prigionia, all’età di 46 anni, profondamente minato nel fisico da oltre dieci anni di prigionia nelle mani dei fascisti. La sua eredità consiste anche nelle sue innumerevoli memorie, pubblicate in varie edizioni e oggetto di numerose conferenze.

In Italia l’anno 2012 è iniziato anche con una bizzarra disputa storica su Gramsci. Nel suo nuovo libro “Le due carceri di Gramsci. La Prigione fascista e Il Labirinto comunista “, il linguista Franco Lo Piparo sostiene la tesi che Gramsci non fu solo un prigioniero del fascismo, ma anche vittima del “labirinto comunista” di Stalin e Palmiro Togliatti, che guidò poi il Partito Comunista Italiano fino alla sua morte nel 1964. Entrambi avrebbero abbandonato Gramsci ai fascisti, sebbene potessero salvarlo, perché personaggio scomodo e dalle idee stravaganti.

Osteggiato ancora oggi

Una siffatta teoria era stata già sostenuta e poi confutata negli anni Ottanta. In questa vicenda non ci sono nuove prove, ma solo un’ipotesi ancora più azzardata: Togliatti avrebbe fatto sparire nel 1945 un compromettente documento di Gramsci, scrive Lo Piparo. Lo storico Dario Biocca aggiunge un’altra strana nuova teoria: Gramsci avrebbe ceduto ai fascisti alla fine del suo periodo di detenzione.

In realtà Gramsci ha sempre preteso, appellandosi ad una norma del codice penale fascista, il suo rilascio in libertà vigilata. Non avendo voluto sottoscrivere, come richiesto, la dichiarazione di pentimento, la domanda fu respinta, probabilmente dai massimi vertici e da Benito Mussolini stesso, che aveva impedito, già prima dell’offerta di scambio di prigionieri da parte dell’Unione Sovietica,  il rilascio di Gramsci.

Una terza recente pubblicazione contro Gramsci sembra ispirata direttamente dalla Guerra Fredda: nel libro di Alessandro Orsini “Gramsci e Turati. Le Due sinistre“, alcune citazioni di Gramsci vengono raccontate in modo tale da essere considerate proprie dell’acerrimo nemico di Stalin. Orsini pone in contrapposizione Gramsci il cattivo contro il buono, il socialista Filippo Turati, un uomo di riforma e dalla parola misurata.

Questo semplice dipinto in bianco e nero ottenne particolare risonanza grazie ad una più che benevola recensione dello scrittore Roberto Saviano, che dopo la pubblicazione del suo libro rivelazione “Gomorra” sulla camorra, può essere considerato una sorta di eroe popolare. La sua parola ha quindi un peso, soprattutto perché la sua recensione è apparsa sul quotidiano di centrosinistra “La Repubblica” che aveva pubblicato anche le tesi di Lo Piparo e Biocca, non dando però spazio ad una replica sulla questione.

Si conoscono solo pochissime posizioni contrastanti, per esempio sul quotidiano  “Il Manifesto” – che sta per chiudere – e su siti Internet come marx21.it o gramscioggi.org. Qui Gramsci  viene difeso da diffamazioni e strumentalizzazioni. Nei casi singoli però si tratta di altre deformazioni del pensiero non scevre da problematiche, come la visione ortodossa comunista secondo la quale ci sarebbe un legame diretto che unisce Gramsci a Togliatti passando per Enrico Berlinguer, cofondatore  dell’ “Eurocomunismo“. Quindi Gramsci sarebbe stato il precursore del “compromesso storico” con la Democrazia Cristiana, che sfociò in un disastro e che è stato considerato fino ad oggi l’inizio  della fine del “cammino italiano verso il socialismo“.

Come si inserisce Antonio Gramsci in tutto ciò? Del suo ampio lavoro giornalistico c’è pochissimo a disposizione, fatta eccezione per i 29 diari della prigionia dal 1929 al 1936,  integralmente  disponibili in lingua tedesca. Quello che emerge come tema ricorrente in tutti i suoi diari, sono riflessioni sulla “egemonia” politica e culturale.

Alla questione del perché la rivoluzione in Russia non abbia avuto successo in Occidente, Gramsci risponde su diversi piani. Innazitutto su quello storico: all’inizio del primo quaderno egli esamina la storia dell’Italia nel 19° secolo. A causa della debolezza della borghesia la neonata nazione, unita nel 1861, fu nella migliore delle ipotesi una democrazia a metà. L’egemonia rimase nelle mani dei moderati per cui l’unità nazionale era più importante delle libertà democratiche. L’iniziativa politica del popolo non era contemplata.

Linguaggio obsoleto

Ma Gramsci dallo studio della storia italiana sviluppa anche elementi di una nuova teoria marxista dello Stato, che supera lo “Stato e Rivoluzione” (1917) di Vladimir Ilyich Lenin. Per Gramsci lo Stato è più che un apparato coercitivo per assicurarsi il dominio di classe. Egli distingue tra leadership e dominio, coercizione e consenso, società politica e società civile. Queste distinzioni hanno anche un’estrema importanza nella trasformazione della società: “Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere“.

Come figlio del suo tempo Gramsci impiega frequentemente concetti tipici del mondo militare. La rapida “guerra di movimento” dei bolscevichi, si contrappone alla lunga “guerra di trincea” in Occidente; la lotta per l’influenza nella società civile viene paragonata  alla conquista delle “trincee” e delle “casematte”, le fortezze sotterranee.

Più che il linguaggio di Gramsci oggi infastidisce l’evidente prospettiva che emerge in modo ricorrente circa la conquista del potere politico. Dopo diciotto anni di berlusconismo, la sinistra è più lontana che mai e Gramsci è tutt’altro che un ricordo lontano, anche se le sue intuizioni non sono facilmente applicabili in politica.

Si deve fare un bel respiro

I suoi strumenti analitici sono applicabili, ad esempio, nell’analisi critica della storia italiana, la cui fase più buia, il fascismo e l’alleanza con la Germania nazista, trova un senso nell’analisi di Gramsci. Il culto dell’unità nazionale, la mancanza di democrazia nel neonato stato nazionale, resero il fascismo certo non inevitabile, ma possibile. Questo è un punto nodale contro la dominante rappresentazione eroicizzante del proprio passato, che ha improntato il 2011, anno del giubileo (“150 anni d’Italia”).

Grazie a Gramsci si può capire meglio anche la storia recente, tuttora in corso: il berlusconismo. A tal proposito si stanno verificando interessanti dibattiti all’interno della sinistra italiana.  Che si tratti di una “rivoluzione passiva” dall’alto, come ai tempi del fascismo?

Alcuni autori esprimono dubbi che il blocco politico guidato da Silvio Berlusconi abbia davvero esercitato una egemonia in senso gramsciano, poiché un consenso egemonico sarebbe più della mera approvazione passiva delle misure adottate dal governo. Anche dopo la sostituzione di Berlusconi con Mario Monti si continuerà a discutere se negli ultimi venti anni abbia preso il potere un “blocco storico”, se quindi una classe dominatrice abbia o meno inglobato nella sua egemonia gli altri livelli sociali. Oppure se il dominio di Berlusconi non sia stato altro che una traballante alleanza di partiti.

Nemmeno in quest’ultimo caso si intravede una svolta della sinistra. I neogramsciani insinuano che la sinistra abbia perduto la sua “egemonia culturale” assai prima della storica sconfitta del 2008. Un esempio spesso citato a sostegno di questa tesi sono i lavoratori della  FIOM, sindacato di sinistra dei metalmeccanici, che lottano per la tutela dei propri interessi, ma che alle elezioni votano Lega Nord.

Per la sinistra italiana, come nell’attuale scontro storico, diventa importante difendere qualsiasi “casamatta”, ma se segue Gramsci allora ha bisogno di fare un bel respiro. “Bisogna creare uomini sobri e pazienti, che non disperino dinanzi ai peggiori orrori e non si esaltino ad ogni sciocchezza“, scriveva Gramsci nel 1935 già segnato da una tremenda malattia. La nota si conclude con il motto spesso citato: “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà“.

Testata: Woz
Data di pubblicazione: 3 maggio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli e Cristina Bianchi per italiadallestero.info
Articolo originale di Jens Renner     

 

Egemonia

Chi controlla mente e corpo?

Il concetto più influente di Antonio Gramsci, quello di “egemonia”, dal punto di vista dell’effetto ha una sua storia alle spalle. Negli anni Settanta e Ottanta è servito contro i concetti ortodossi della sinistra radicale a descrivere le difficoltà quotidiane dei lavoratori. Per conseguire il potere si deve anche combattere per le menti; non si deve solo quindi cercare di impadronirsi dell’economia e dello Stato, ma anche di avere un ruolo di primo piano nella società civile, nelle diverse categorie, quali scuola, chiesa, sport o media. Era questo che si intendeva in senso positivo con marcia nelle istituzioni. Queste istanze caratterizzano ciò che Gramsci definisce ‘filosofia di vita quotidiana “: essa contiene elementi  disparati, anche contraddittori, che vengono collegati in modo da poter agire nella vita quotidiana.

A metà degli anni Ottanta gli esponenti della destra riscoprirono il concetto facendolo proprio proficuamente. Il neoliberismo rivendicava la leadership non soltanto nell’economia, ma anche nel dibattito delle idee. Ora all’uomo è stato inculcato l’individualismo sfrenato, allontanandolo dalla solidarietà. Alla società per azioni “Io”, al lavoro flessibile e con sede ovunque che si sta sempre più diffondendo nella vita quotidiana, corrisponde un modello di comportamento civico sociale: il desiderio sfrenato di una individualità carismatica o di uno spettacolare turismo d’avventura, per esempio, o la necessità ossessiva di essere reperibili al cellulare o su internet.

Per quanto riguarda il dominio del neoliberalismo, la crisi finanziaria non ha cambiato molto. E’ rimasto per un anno sulla difensiva, poi si è ripreso. Strutture egemoniche e filosofie di vita quotidiana non si possono cambiare da un giorno all’altro. Il servizio sulla borsa nel notiziario principale della televisione svizzera non dice mai nulla di nuovo, trasmette solo l’incomprensibilità del mercato azionario, ma forse alla fine è proprio grazie a questo che si potrà ancora vincere. Dello stesso tenore sono gli innumerevoli quiz televisivi e le soap opera, nei quali ognuno può creare a proprio piacimento l’aumento del consumo e una società degli svaghi.

Nella razionalissima e precisa metropoli finanziaria di Zurigo, culla della riforma protestante di Huldrych Zwingli, questa filosofia di pensiero è già incisa nel DNA: in proporzione in nessun’altra maratona al mondo i partecipanti ottengono tanti tempi record. 

Testata: Woz
Data di pubblicazione: 3 maggio 2012
Traduzione di Claudia Marruccelli e Cristina Bianchi per italiadallestero.info
Articolo originale di Stefan Howald