Perdonatemi se torno alla già citata Wislawa Szymborska, ma la mia ammirazione per lei continua ad essere fresca come al primo incontro. Un delizioso libretto pubblicato dall’editore Vanni Scheiwiller di Milano nel 2002 riporta le risposte della Szymborska agli aspiranti poeti e scrittori che inviavano i loro inediti al settimanale “Vita letteraria” di Cracovia. La rubrica si chiamava “posta letteraria”, ed è questo il titolo che ha conservato il libro con le risposte che la poetessa, alternandosi al critico letterario W.Maciag, offriva ai giovani scrittori. Per far sì che l’autore della risposta non fosse riconoscibile, quando rispondeva la Szymborska, usava il “noi”.

Mi è tornato in mente ieri sera ascoltando Valerio Magrelli da “Quello che (non) ho”. L’intervento di questo bravo poeta mi è apparso snob e seppure conteneva alcune verità, alla fine risultava irritante, come quelle creme che lì per lì non ti fanno effetto, ma dopo poco cominciano a bruciare sulla pelle.

Per placare il bruciore sono andata a riprendere il prezioso volumetto di Scheiwiller; cercavo la risposta che la poetessa polacca aveva dato a una certa Ula che le scriveva da Sopot, chiedendole una definizione di poesia.

Risponde la Szymborska:

“Di definizione di poesia ne conosciamo almeno cinquecento, ma nessuna ci sembrava sufficientemente esatta e al tempo stesso esaustiva (…) Ci siamo però ricordati di un bell’aforisma di Carl Sandburg: la poesia è un diario scritto da un animale marino che vive sulla terra e vorrebbe volare…(…)”.

Peccato che Magrelli non abbia citato né la frase fulminante del poeta americano né il volumetto di Scheiwiller “Posta letteraria”. Questo libro è molto istruttivo per chi si voglia cimentare con la poesia: svela i tranelli e le insidie che questa misteriosa e difficile arte, a volte meravigliosamente innocente agli occhi dei lettori, tende a coloro che con lei vogliono misurarsi. Per accomiatarmi scrivo la poesia che ieri mi sarebbe piaciuto ascoltare recitare e magari commentare dalla bella voce ferma di Magrelli. E’ di Wallace Stevens, poeta nato in Pennsylvania nel 1879. La traduzione è di Nadia Fusini.

Dal farfuglio del poeta al farfuglio

del volgare va la poesia avanti e indietro.

Va e poi torna, o è insieme

in entrambi? E’ un lampo improvviso

o il concentrato bagliore di un giorno piovoso?

Esiste una poesia che mai giunge alla parola

e una che vaneggia impaziente?

(…) ci sfugge forse

il poeta, in un elemento che non s’afferra?

Ci sfugge questo ardente, asservito oratore,

il portavoce delle nostre barriere più ottuse

(…)