Nonostante il pressing del Capo dello Stato Giorgio Napolitano che negli ultimi giorni, a più riprese, ha sollecitato i partiti a varare le riforme istituzionali e, soprattutto, una nuova legge elettorale, l’accordo raggiunto su quest’ultimo punto da Alfano-Bersani-Casini sembra essersi dissolto nelle urne amministrative. E senza un accordo reale, l’obiettivo principe di Pdl, Pd e Udc, è non restare con il cerino acceso in mano e prendersi dunque la responsabilità della scelta di questa o quella legge elettorale. O il suo speculare naufragio. D’altra parte, l’accordo sulla legge elettorale trovato lo scorso marzo dai leader dei tre partiti che sostengono il governo di Mario Monti, era basato su principi generali, senza alcun testo scritto e vincolante ma solamente riferito verbalmente alla cosiddetta bozza Violante che, cambiando una virgola, avrebbe potuto variare del tutto.

Un’operazione di marketing, osservarono allora alcuni analisti politici, voluta da Quirinale per ricompattare la maggioranza e celare le crepe apertesi sul fronte di partiti innaturalmente impegnati fianco a fianco, il cui unico collante è il sostegno all’esecutivo dei tecnici. Così, a ogni conflitto, si è tornato a parlare di riforme istituzionali e di legge elettorale: dallo scontro sulla giustizia a quello sulla riforma del lavoro, fino ad arrivare all’attuale terremoto politico causato dall’esito delle urne che hanno rimescolato carte e prospettive, sia nel centrodestra che ha visto precipitare il Pdl, sia nel centrosinistra dove il corteggiamento del Pd al centro, temporaneamente scomparso dalla geografia politica locale, è sempre meno giustificato, almeno quanto il rinvio della decisione sul da farsi dell’alleanza con Sel che se sul territorio paga, a livello nazionale sarebbe difficilmente compatibile con un accordo con l’Udc.

Così, i partiti ora sono preoccupati dal rischio di sbagliare opzione, ma al contempo stressati dalla consapevolezza che, allo stato, il Porcellum non li premierà. Che fare allora? A quanto pare, per ora le proposte si sviluppano sulla base dei sondaggi e dei dati elettorali. E se a marzo l’accordo di massima tra i tre leader, limitava la possibilità di coalizzarsi, nella convinzione che così si sarebbero favoriti i due partiti principali, Pd e Pdl (trasformando poi l’Udc nell’ago della bilancia), le amministrative hanno portato un altro genere di consiglio, soprattutto al Pdl che è uscito dalla corsa elettorale con le ossa rotte. Così, dal modello tedesco corretto (che a seconda della correzione lo avrebbe avvicinato più o meno a quello greco) si è passati ad altri schemi, con la parte del Pdl che fa capo agli ex An che preme perché si emendi, e il meno possibile, il Porcellum, e il resto del partito che non proferisce parola. Giovedì le varie anime pidielline si riuniranno per decidere sul da farsi.

E proprio in virtù di quest’appuntamento, il presidente della commissione Affari istituzionali Carlo Vizzini ha rinviato il prosieguo del dibattito sulle riforme istituzionali alla prossima settimana: va da sé, infatti, che senza la definizione di una nuova legge elettorale, anche le altre riforme resteranno al palo. Mentre il Pd, preoccupato dal vedere allontanarsi l’Udc che sembra dialogare con i moderati del centrodestra, e di certo ben lontano dal tirare fuori dal cassetto la foto di Vasto, riflette sul rilancio del modello a doppio turno che allo stato garantirebbe la maggioranza più al Pd che al Pdl, partiti che in entrambi i casi altrimenti da soli al primo turno non passerebbero. Sul punto, però, il partito sembra andare in ordine sparso: i prodiani vorrebbero un modello di coalizione con l’introduzione dei collegi, i veltroniani guardano con sospetto qualsiasi ipotesi che avvicini il partito alla sinistra, i dalemiani sostengono la bozza Violante. O almeno la sostenevano, visto che sia Massimo D’Alema, sia lo stesso Luciano Violante, di fronte all’exploit dei grillini, sembrerebbero ripiegare sullo schema doppio turnista.

E il segretario Pier Luigi Bersani? Si dice favorevole al doppio turno, ma sa bene che di fronte al prevedibile no dei centristi, bisognerà trattare. E, dunque, pure lui sembra fondamentalmente impegnato a non restare con il cerino acceso in mano. Ma rischiando pure che, alla fine, decidano gli altri al posto suo: l’Udc se dovesse seguire l’attuale vento che lo porta più verso destra che verso sinistra; oppure il fronte a sinistra, composto da Sel e da Idv. Entrambi gli ex protagonisti della foto di Vasto, preferirebbero che si tenesse conto della valanga di firme per il referendum e, semplicemente, si cancellasse il Porcellum, tornando al Mattarellum.

di Sonia Oranges