Apocalittici e integrati, catastrofisti e negazionisti. Quando il mondo si divide in due, voi da che parte state? Fate la vostra scelta, schieratevi e poi fatevi la guerra. Alla fine, ci scommetto, avrete perso di vista perfino l’argomento da cui è iniziata la disputa e la discussione ne risulterà spaccata in due con l’accetta, ciascuno ad attaccare la parte avversa e a fare squadra con i suoi, con idee considerate valide a prescindere dalle argomentazioni e dalle informazioni che le hanno sollecitate. Le divisioni nette non giovano a capire di più. Soprattutto su argomenti particolarmente complessi. Sia chiaro: questa è la mia opinione personale, ma per quanto riesco a leggere sui giornali e vedere in tv o sul web, il tifo sfegatato e fazioso funziona sulle gradinate degli stadi, ma non serve a raccontare la complessità. Semmai contribuisce a banalizzarla.

I cambiamenti climatici soffrono di questa contrapposizione tra fazioni, quando ne parlano i media bisogna stare da una parte o dall’altra. E si riaccende la disputa.

In questo panorama spicca l’iniziativa di chi cerca, con successo, di mettere insieme piuttosto che dividere. Come David Buckland che da anni segue un’idea tanto semplice da apparire incredibilmente innovativa: mettere scienziati e artisti in conversazione per creare un linguaggio adatto a raccontare i cambiamenti climatici e capace allo stesso tempo di coinvolgere il pubblico. Tutto questo è Cape Farewell, il progetto in cui David Buckland riunisce artisti, giornalisti, scienziati di fronte a un motto che ha raccontato in un recente articolo di Nature: il clima è cultura.

I film, le mostre, i romanzi (come Solar di Ian McEwan) nati da Cape Farewell hanno lo spirito di una “spedizione che racchiude in sé l’ottimismo di guardare avanti”, racconta Buckland in un’intervista al magazine Climate Science&Policy. Perché mai dobbiamo per forza pensare ai cambiamenti climatici come a una tragedia, si domanda l’artista. Sono piuttosto una commedia degli errori umani e si possono raccontare inventando storie che sappiano alimentare un cambiamento culturale e che ci aiutino a puntare i riflettori su alcuni dei difetti delle società contemporanee.

Noi italiani la commedia la conosciamo bene, non occorre scomodare maestri del nostro cinema per ricordare come anche una risata aiuti a evidenziare vizi e costumi sociali, ma il progetto di Buckland, domani a Venezia per un seminario organizzato da International Centre for Climate Governance e Ca’ Foscari, ha qualcosa di davvero nuovo nell’incontro tra scienza e arte, tra ragione ed emozione, tra calcolo e sentimento. Estremi che a Cape Farewell non si confondono in un indistinto miscuglio di numeri e sensazioni. Piuttosto collaborano, ognuno ci mette del suo per raccontare e descrivere fenomeni (e i loro possibili effetti) che sono tra i più complessi da raccontare tra quelli che possiamo osservare e studiare su questo Pianeta. 

di Mauro Buonocore