All’inizio Beppe Grillo non era affatto anti-sistema: anzi, cercava di costringere il sistema ad autoriformarsi. Nell’estate del 2007 lancia le primarie programmatiche online, discusse per otto mesi sul web da 800 mila persone, poi consegna le proposte raccolte al premier Romano Prodi a Palazzo Chigi: energie rinnovabili, wi-fi gratis, rifiuti e cemento zero. Ma Prodi – racconta Grillo – socchiude gli occhi e si appisola. Allora l’8 settembre 2007 Grillo organizza il V-Day in piazza Maggiore a Bologna, per il “Parlamento pulito”, davanti ad almeno 100 mila persone, più 10 volte tante collegate da altre 200 piazze. Porta sul palco giornalisti, scrittori, artisti, esperti, docenti e tenta di cambiare le cose con un altro strumento squisitamente costituzionale: tre leggi di iniziativa popolare (incandidabilità dei condannati in Parlamento, tetto massimo di due legislature, abolizione del Porcellum per tornare a scegliere i parlamentari). Raccoglie 350 mila firme in mezza giornata. Una cosetta da niente, infatti i tg di Rai, Mediaset e La7 non mandano una telecamera né un inviato (ci sono solo Sky e Annozero). È un esorcismo: basta non parlarne e il V-Day non esiste. 

Le agenzie di stampa si inventano “attacchi”, “insulti”, “offese a Marco Biagi”, anche se in 10 ore di V-Day nessuno ha mai citato Marco Biagi. Si è solo criticata in un filmato la legge 30, che il programma dell’Unione, ben prima di Grillo, criticava e prometteva di cambiare perché causa del precariato. Così, invece di parlare dei contenuti e delle tre leggi popolari, si scatena una polemica su un fatto mai avvenuto. Casini accusa Grillo e i presenti di “inneggiare all’assassinio” del professore da parte delle Br: “Il V-Day è una cosa di cui vergognarsi: hanno oltraggiato Biagi, che andrebbe santificato”. Lui peraltro ha sempre preferito santificare Dell’Utri, Andreotti e Cuffaro. Quella sera il Tg1, diretto da Gianni Riotta, giornalista di scuola anglosassone, si apre con un servizio su Prodi a Bari, poi uno su B. chissà dove, poi tre servizi sui funerali di Pavarotti. Segue una lunga inchiesta sull’inedito fenomeno delle prostitute a Milano. Un delitto a Treviso. Un videomessaggio di Napolitano sul futuro dell’Europa. La solita carrellata di politici che parlano a vanvera. Un’imperitura intervista a Rutelli, che avrebbe potuto andare in onda tre anni prima o tre anni dopo. A quel punto chi non ha ancora spento o distrutto il televisore è tentato di chiamare la redazione per avvertirla che nel pomeriggio c’è stata una cosina chiamata V-Day. Ma ecco Romita incupirsi improvvisamente in volto: è il segnale convenuto, è il momento di parlare del V-Day. Fermo immagine su una foto di Grillo, voce fuori campo: “S’è svolto a Bologna e in altre città italiane il Vaffa Day del popolare comico genovese…”. Sullo sfondo, un paio d’immagini rubate a Eco-tv, che ha trasmesso la diretta, e morta lì. Totale: 29 secondi. Poi Romita ritrova il sorriso: i nuovi sviluppi del delitto di Garlasco, un servizio sui romeni che rubano nei supermarket a Ivrea, uno sull’analfabetismo di ritorno (appunto) e uno su un fatto unico nella storia dell’umanità: “Sei subacquei sott’acqua a Ponza senza prendere ogni tanto una boccata d’aria”. Roba forte: i subacquei sott’acqua. Il Tg1 si chiude con l’indimenticabile matrimonio di Marco Baldini, officiante Veltroni, testimone Fiorello (25 secondi, 4 meno del V-Day).

L’indomani il Tg2 dedica al V-Day l’editoriale del direttore in quota An Mauro Mazza, dal titolo “Grillo e grilletti”. Col volto terreo, come se fossero tornate le Br, Mazza ammonisce Grillo col gesto della pistola: “Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?”. Per la verità Grillo non ha mai evocato né pistole né fucili, diversamente da Bossi.

Infatti persino Gianfranco Fini, davanti ai giornalisti, dice che l’allarme di Mazza è un po’ eccessivo: “Adesso lo chiamo per dirglielo”. Segue telefonata a Mazza. Il Corriere lo chiama Mazza un minuto dopo: si aspetta di trovare un uomo mortificato dalla lavata di capo del suo capo. Invece tutt’altro, Mazza fa il brillante: “E che problema c’è? Si dice che i direttori dei tg siano affiliati a un padrino politico che detta il mattinale. Ecco, è la prova che non è così. Che sono indipendente”. Cioè: Fini chiama Mazza davanti a tutti trattandolo come un suo dipendente. E quello: visto, è la prova che sono indipendente. L’indomani, sulla stampa, si scatenano commentatori ed esperti, quelli che capiscono sempre tutto però non ne azzeccano mai una: Grillo è “antipolitico”, “qualunquista”, “populista”, “giustizialista”, “fascista”, “terrorista” e soprattutto “volgare” perché dice vaffanculo. Montezemolo alza il ditino: “A risolvere i problemi del-l’Italia con i vaffanculo non ci credo”. Eugenio Scalfari scomunica questo fenomeno “anarcoide e individualista”, “anacronistico”, “antipolitico” , paragona Grillo a Guglielmo Giannini, Cola di Rienzo, Masaniello, Savonarola: “Chi inneggia al ‘Vaffanculo’ partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche che connotano gran parte della nostra mediocre e inselvaggita attualità… Mi viene la pelle d’oca: dietro al grillismo vedo l’ombra del ‘law & order’ nei suoi aspetti più ripugnanti; ci vedo dietro la dittatura”, con “slogan della peggiore destra, quella populista, demagogica, qualunquista… L’antipolitica è sempre servita a questo: piazza pulita per il futuro dittatore”. Giampaolo Pansa dice addirittura che Grillo “mi ricorda Mussolini”. Andrea Romano, il dalemiano che ha trovato casa all’Einaudi di Berlusconi e sulla Stampa di Agnelli, cita le solite “accuse a Biagi” e conclude: in un paese normale il V-Day “verrebbe recensito nelle pagine dello spettacolo” (infatti La Stampa ci apre la prima pagina).

Sabina Guzzanti ad Annozero attacca Riotta per la censura del suo tg. Riotta rimedia con uno Speciale Tg1 su Grillo, anzi contro. Avverte con aria minacciosa: “Ora vediamo chi è davvero Grillo, qui non esistono vergini”. E lancia un servizio-scoop: Grillo, invitato a esibirsi a una festa dell’Unità del 1981, pretese addirittura che gli pagassero il cachet. Nei giorni seguenti il Tg1 prosegue le sue indagini sui crimini di Grillo e ne scopre un altro agghiacciante: fra i 3 mila commenti giornalieri sul suo blog, ce n’è uno negazioni-sta, subito cancellato dallo staff. Ma il partigiano Gianni ritiene che la cosa meriti addirittura un servizio. Il V-Day invece no. Naturalmente le tre leggi popolari vengono subito imboscate in un cassetto del Senato e lì riposeranno in pace per sempre.

Il 25 aprile 2008, secondo V-Day, stavolta a Torino, dedicato all’informazione. Gli attacchi partono addirittura prima che si svolga: guerra preventiva. Il Riformista, alla vigilia, già sa che sarà una manifestazione terroristica, “con minacce in stile Br ai giornalisti servi” (“Le Grillate rosse”). Il Giornale sguinzaglia il suo segugio con le mèches per una strepitosa inchiesta a puntate: “La vera vita di Grillo”. Scoop sensazionali: Grillo da giovane andava a letto con delle ragazze; alcuni suoi ex-amici invidiosi parlano male di lui; la sua villa a Genova consuma energia; Grillo ha avuto un tragico incidente stradale che gli è costato una condanna per omicidio colposo e stava per costargli anche la pelle; è genovese, dunque “tirchio”; nel suo orto c’è una melanzana di plastica; ha avuto un figlio “nato purtroppo con dei problemi motori” (il nostro segugio è un cultore della privacy); e, quando fa spettacoli a pagamento, pretende addirittura di essere pagato. Insomma, un delinquente.

In piazza San Carlo a Torino ci sono 100 mila persone, più 2 milioni collegati da tutta Italia. Tutti brigatisti, naturalmente, che raccolgono oltre 500 mila firme su tre referendum per abolire l’Ordine dei giornalisti, la legge Gasparri e i finanziamenti pubblici ai giornali. Grillo dice al Pd: “Copiate il nostro programma, ve lo regalo”. Risposta di tutta la casta politico-giornalistica: fascista, qualunquista, giustizialista, antipolitico, volgare. Tornàti a casa, i partecipanti cercano il servizio del Tg1 di mezza sera sulla manifestazione. Invece niente: nemmeno una parola. Molti servizi sul 25 aprile dei politici, le elezioni a Roma, il caro-prezzi, un ragazzino annegato, poi le due vere notizie del giorno: una torta in faccia al direttore del New York Times e una mostra a Rimini su Romolo e Remo.

L’indomani, sui giornali, ecco i soliti che hanno capito tutto. L’inviato del Giornale, Tony Damascelli, già sospeso dall’Ordine per Calciopoli, mentre B. riceve il camerata Ciarrapico, paragona Grillo a Mussolini chiamandolo “Benito”. Su Repubblica Francesco Merlo, che abita a Parigi ma è dotato di un telescopio potentissimo, spiega agli italiani che “in Italia c’è sovrapproduzione di informazione”: ce ne vorrebbe un po’ meno, ecco. Quanto a Grillo, è “in crisi” e “non riesce a far ridere”.

A Zapping, su RadioRai, telefona un ragazzo per dire che ha firmato i referendum del V-Day. Il conduttore, un sincero democratico, lo accoglie con affetto: “Ah lei è uno di quegli allocchi che stanno a sentire le cretinate di Grillo. Ma lo sa che Grillo guadagna 4 milioni da quando fa queste contestazioni? Lei clicca su quel sito e gli dà i soldi”. Peccato che non sia vero niente: chi va sul sito non dà soldi a Grillo, non c’è pubblicità. E i 4 milioni sono il reddito del 2005, due anni prima del V-Day.

Anche Scalfari scrive che piazza San Carlo era piena di “seguaci di Grillo paganti”: ma non è vero, nessuno pagava niente. Scalfari aggiunge che “Grillo dissoda il terreno” dove B. seminerà. Insomma lavora per il centrodestra, come se non bastasse il centrosinistra. Sergio Romano, sul Corriere, parla di “carnevale plebeo e volgare”, animato da “sentimenti beceri e forcaioli”, poi si lancia in una previsione memorabile: “La irresistibile ascesa del comico-politico dura generalmente qualche mese o pochi anni e si spegne quando il pubblico si stanca di ascoltare sempre le stesse battute o si accorge che nessuna soluzione politica potrà mai venire dal mondo dell’avanspettacolo. Cosa che accadrà, suppongo , anche nel caso di Beppe Grillo”. Nel 2009, alle europee, Grillo sostiene Luigi De Magistris e Sonia Alfano, indipendenti dell’Idv: eletti con una valanga di voti. Poi fa l’ultimo tentativo per cambiare il sistema dall’interno e non dover presentare liste proprie: si candida alle primarie del Pd che devono eleggere il successore di Veltroni e Franceschini. Ma è già deciso che deve vincere Bersani. Infatti il Pd risponde che Grillo non è iscritto al Pd. Allora lui fa domanda d’iscrizione: respinta. Mentre si scoprono migliaia di tessere false del Pd in tutta Italia e Parisi denuncia il congresso truccato, uno che vuole tesserarsi per davvero resta fuori della porta. La Commissione di garanzia del Pd sentenzia: “Non è possibile la registrazione di Grillo nel-l’anagrafe del Pd perché egli si ispira e si riconosce in un movimento politico ostile al Pd”. Strano: lo statuto Pd vieta l’iscrizione solo a chi è già iscritto ad altri partiti, e Grillo non ha tessere. Lui replica: “Ostile io? Sì, ma solo al vertice del partito, non agli elettori. Ma le primarie non dovrebbero servire a eleggere il vertice del partito?”. E lancia un ultimo appello: “Prendetevi il nostro programma, non potete avere lo stesso di Berlusconi”. Niente, encefalogramma piatto.

Così, nel 2010, le liste 5 Stelle debuttano alle amministrative in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Campania: 400 mila voti. In Piemonte sfiorano il 4%, in Emilia il 7%. I partiti fanno tanto di occhi: “Chi l’avrebbe mai detto?”. Bastava seguire la campagna elettorale, dove Grillo presentava i suoi ragazzi candidati davanti a piazze stracolme di gente e si sottoponeva alla “prova canotto”: si lanciava sulla folla dentro un gommone e si faceva trasportare sulle braccia dalla gente. Una sfida che nessun politico affronterebbe, perché gli bucherebbero il canotto e si spiaccicherebbe al suolo. Il Pdl perde 1 milione di voti sulle regionali di 5 anni prima. Ma a mascherare la sua sconfitta provvede il Pd, che ne perde 2 milioni e sbaglia quasi tutti i candidati: ma se la prende con Grillo, il “fuoco amico” che gli ha rubato voti. Specie in Pie-monte, dove Mercedes Bresso perde d’un soffio contro il leghista Roberto Cota. E dice serafica: “Grillo non l’avevamo calcolato, ci ha fatto perdere le elezioni”. Grillo risponde: “È la Bresso che ci ha tolto un sacco di voti: se non si presentava, vincevamo noi”. Il fatto è che il programma della Bresso somigliava paurosamente a quello di Cota, specie sul Tav in Val Susa: Pdl e Pdmenoelle, come dice Grillo. E poi è improbabile che i grillini abbiano tolto voti alla Bresso: in Piemonte han preso 100 mila voti e la Bresso ne ha persi 200 mi-la ; e, senza di loro, quella gente non avrebbe votato.

Ma nemmeno quella lezione sveglia i partiti. Infatti, fino all’altroieri, hanno seguitato a insultare Grillo. Napolitano: “Il demagogo di turno”. Crosetto (Pdl): “Mi ricorda i fascisti, anzi i nazisti: ha la violenza verbale di Goebbels. Parliamo di un fasciocomunista”. Bersani: “Basta con questi populismi che fan finta di partie da sinistra poi come sempre ti spuntano a destra”. Vendola: “Mescola argomenti demagogici, urla, emette grugniti al posto di pensieri”. E tutti insieme: “Parla come un mafioso”. Risultato: 5 Stelle diventa il terzo o il quarto partito. Centinaia di migliaia di persone che, senza 5 Stelle, non sarebbero andate a votare o magari si sarebbero gettate nelle braccia del fascista o del nazista di turno, come in Francia e in Grecia. Eppure tutti riattaccano la solita litania: voto di protesta, antipolitica, qualunquismo. Tutti attoniti per la “sorpresa Grillo”. Tranne Napolitano, che del boom di Grillo non s’è nemmeno accorto: “L’unico boom che ricordo è quello degli anni 60”. Ma il problema suo e dei politici è proprio questo: i candidati e gli elettori di 5 Stelle il boom economico non possono ricordarselo, perché negli anni 60 non erano nati. Comunque, chi non sente il boom può sempre provare con un cornetto acustico.