“Sono molto felice che Shaul Mofaz abbia accettato la mia offerta”. Così il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha introdotto, stamattina, la conferenza stampa in cui, davanti a una platea di giornalisti israeliani e internazionali, ha spiegato la sua mossa, maturata nella notte tra lunedì e martedì. Lunedì mattina la giornata si era aperta con la notizia di elezioni anticipate, a settembre, un anno prima della fine naturale della legislatura. La Knesset, il parlamento israeliano, aveva già iniziato l’iter per il suo scioglimento, mentre Netanyahu annunciava di aver deciso di tornare al voto per “assicurare a Israele maggiore stabilità”.

Poi ore ed ore di frenetiche trattative, a quanto pare dirette tra Netanyahu e Shaul Mofaz, subentrato poche settimane a Tzipi Livni alla guida di Kadima, il partito centrista (per gli standard israeliani) fondato da Ariel Sharon nel 2005 dopo l’uscita dal Likud. In quella che un deputato israeliano ha definito “una delle più drammatiche notti della Knesset” è invece maturata un’intesa che ha colto di sorpresa sia l’opinione pubblica israeliana sia i dirigenti dei due partiti. Mofaz, che è stato capo di stato maggiore dell’Idf, le forze armate israeliane, ministro della difesa, nel nuovo governo avrà la carica di vice premier. Il nuovo esecutivo può contare su una maggioranza schiacciante, nella Knesset, circa 95 deputati su 120, con una opposizione in cui la forza principale è il Partito laburista, “forte” di appena 8 deputati. “Lo stato di Israele ha bisogno di stabilità – ha detto stamattina Netanyahu – E per questo abbiamo deciso di formare un governo che abbia il compito di approvare un nuovo bilancio, migliorare il sistema di governance e, infine, cercare di promuovere un processo di pace responsabile”.

Mofaz non è stato da meno, quanto a toni altisonanti: “Questo è un movimento di unità importante per il futuro di Israele. Siamo qui per darci la mano e affrontare le sfide, tutt’altro che facili, davanti a noi”. Ma se la maggior parte della conferenza stampa dei due leader è stata dedicata a temi interni, è sul piano internazionale che il nuovo governo di unità nazionale suscita le preoccupazioni più forti. Amir Oren, uno degli editorialisti del quotidiano Haaretz, ha scritto che “l’accordo Mofaz-Netanyahu batte ogni record di cinismo dai tempi del patto Ribentropp-Molotov”. Secondo Oren, la politica israeliana ora viene dominata tra un triumvirato, composto dai due leader di oggi più Ehud Barak, che ha benedetto l’accordo perché gli garantisce di continuare a essere ministro della Difesa. In altre occasioni della storia israeliana, ci sono state simili convergenze politiche, con quello che viene definito “il forum dei primi ministri” (ex, in carica e aspiranti tali). E non sono mai stati momenti facili per lo stato israeliano.

In questo caso, quali sono le sfide? Le colonie? Sicuramente, una linea di faglia interna è il rapporto con i movimenti dei coloni, in fibrillazione per gli ordini arrivati dalla Corte suprema di sgomberare alcuni insediamenti illegali costruiti su terre private palestinesi. Una grossa rogna per Netanyahu, che si sente così più forte per sfidare l’equilibrio dei poteri dello stato israeliano. Ma non è tutto qui. Il processo di pace con i palestinesi? Improbabile, visto il successo della tattica di Netanyahu che ha effettivamente congelato le trattative da oltre un anno e mezzo. Trattative, peraltro, che non riprendono in modo serio nonostante gli incontri bilaterali delle ultime settimane e la protesta di quasi 2 mila detenuti palestinesi, in sciopero della fame nelle carceri israeliane contro la pratica della “detenzione amministrativa”. Difficile che qualcosa si muova, su questo fronte, fino alle elezioni statunitensi di novembre. La sfida a cui Mofaz ha fatto riferimento, secondo la maggior parte degli osservatori internazionali, è l’Iran. Netanyahu non è riuscito finora a persuadere la Casa Bianca sulla necessità di un attacco preventivo contro la Repubblica islamica e perfino nell’entourage delle forze armate israeliane e dell’intelligence ci sono molti dubbi sulla reale capacità (e volontà) iraniana di arrivare ad avere l’arma atomica. Di più. L’ex capo dello Shin Bet (il servizio di intelligence interno), Yuval Diskin in carica dal 2005 al maggio 2011, pochi giorni fa ha descritto Netanyahu e Barak come una coppia di “aspiranti messia” a cui sarebbe molto pericoloso affidare le sorti del paese. Diskin, assieme all’ex capo di stato maggiore Gabi Askenazi e l’ex direttore del Mossad Meir Dagan è stato tra quelli che, con successo, hanno frenato, l’anno scorso, le “pericolose avventure” (parole di Dagan) verso cui Netanyahu voleva spingere il paese. Con una maggioranza così solida, è decisamente più forte per Bibi la tentazione di dare il via libera per un raid contro l’Iran. Forse in autunno, prima del voto statunitense, quando nessun candidato a caccia di voti potrebbe permettersi di distanziarsi del tutto dalle scelte del governo israeliano, per quanto forsennate possano essere.

di Joseph Zarlingo