La questione degli insediamenti colonici oltre la Linea verde del 1967 è ancora una volta al centro delle preoccupazioni del governo israeliano guidato dal premier Benyamin Netanyahu. Per tre casi.

Il primo è il destino di un quartiere, Ulpana, dell’insediamento di Beit El. Le autorità giudiziarie israeliane hanno verificato che il quartiere è stato costruito abusivamente su terra di proprietà privata palestinese e pertanto deve essere demolito. La data fissata dall’Alta corte israeliana è il primo maggio, ma il premier Netanyahu, in una riunione di gabinetto conclusa oggi, ha fatto sapere che chiederà al Procuratore generale di Stato di domandare alla Corte una proroga. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il governo proverà a chiedere di rinviare la demolizione in modo che «un team di esperti possa valutare di nuovo lo status legale delle costruzioni». Un precedente tentativo di “salvare” Ulpana è già fallito e il caso sta già facendo salire la tensione nel governo. Netanyahu ha detto che «deve essere evitata» l’evacuazione del quartiere, che il suo vice Moshe Ya’alon ha definito «iniqua e irragionevole». Nemmeno per il governo, però, è facile disubbidire a una sentenza della Corte suprema senza mettere in tensione l’intero sistema istituzionale israeliano. Più pragmatica la soluzione avanzata dal ministro della difesa Ehud Barak, che ha proposto di «rialloggiare» le trenta famiglie di coloni che perderanno la casa in un «insediamento legale». Un altro insediamento costruito su proprietà privata palestinese, quello di Migron, dovrà inoltre essere smantellato entro l’estate, sempre per ordine della Corte suprema israeliana. In questo caso, però, il governo sembra essersi mosso per tempo, con una inconsueta richiesta all’esercito di approntare «abitazioni temporanee» per gli abitanti di Migron, in attesa di una nuova sistemazione.

Una sistemazione praticamente definitiva, invece, è stata trovata per gli abitanti di tre altri «avamposti» colonici illegali, quelli di Bruchin, Sansana e Rachalim. Il primo è un avamposto fondato nel 2000 nei pressi della cittadina palestinese di Bruqin e ci vivono circa 200 persone. Il secondo, 250 abitanti circa, risale al 1997 ed è nei pressi di Hebron. Poco più abitato il terzo avamposto, nel sud della Cisgiordania.

Il tentativo di Netanyahu di legalizzare questi avamposti, illegali anche per la legge israeliana, ha causato forti tensioni nel governo, in particolare tra Ya’alon e Barak. Tensioni destinate ad aumentare se il 25 aprile, come previsto, la polizia israeliana procederà ad sgomberare alcune famiglie di coloni che hanno occupato il 4 aprile scorso una casa palestinese a Hebron. Netanyahu, in pratica, rischia di trovarsi ad affrontare nelle prossime settimane una sequenza di sgomberi forzati di coloni – con relative anche dure proteste delle loro organizzazioni e della destra nazionalista-religiosa – proprio mentre riprendono i colloqui bilaterali con i palestinesi, che, appoggiati da buona parte della comunità internazionale, considerano la continua espansione degli insediamenti uno dei principali ostacoli sul cammino del “processo di pace”. La tensione interna al governo israeliano è arrivata al punto che alcuni giorni fa, secondo Haaretz, Ya’alon ha proposto provocatoriamente di togliere al ministro della difesa Barak ogni «autorità su Giudea e Samaria» (l’espressione usata da molti in Israele per indicare la Cisgiordania).

La questione degli avamposti, tuttavia, rischia di diventare ancora più spinosa per il governo Netanyahu. In una lettera inviata pochi giorni fa alla commissione governativa che da gennaio scorso esamina la situazione degli insediamenti, infatti, l’Association for civil rights in Israel (Acri, una Ong progressista israeliana), sottolinea come il lavoro della cosiddetta Commissione Levy sia «fondamentalmente viziato» proprio perché cerca di distinguere tra «insediamenti legali e insediamenti illegali». Entrambi gli insediamenti, infatti, secondo Acri, sono una «chiara ed evidente violazione dell’articolo 49 della quarta Convenzione di Ginevra, che riguarda la protezione dei civili sotto occupazione». Quelli costruiti su terreni privati, da un lato, violano la norma che proibisce di confiscare proprietà privata di civili sotto occupazione; quelli costruiti su terre pubblice, d’altra parte, violano il divieto di «sfruttare i territori dell’occupato per i bisogni e a beneficio della potenza occupante». Tamar Feldman, avvocato dell’Acri per ciò che riguarda i diritti umani nei Territori occupati, conclude la sua lettera così: «Affinché il comitato rispetti la legge internazionale e prevenga ulteriori peggioramenti delle violazioni dei diritti umani dei palestinesi, deve concludere inequivocabilmente che è impossibile approvare retroattivamente le costruzioni israeliane illegalmente stabilite nei territori». Una conclusione politicamente impossibile per qualsiasi commissione governativa.

di Joseph Zarlingo