Paolo Putti, Luca Ceruti, Gianni Benciolini, Federico Pizzarotti: sono alcuni dei candidati sindaco del Movimento 5 Stelle.

Loro, non Beppe Grillo. Lui è solo la lente d’ingrandimento per garantire visibilità al progetto. Il movimento è nato sulla spinta delle iniziative del comico genovese e grazie ai suoi interventi è riuscito a diffondere il nome e la “legge M5S”. Ma Grillo è stato solo il mezzo utile ad avere spazio sui media che difficilmente si sarebbero interessati a dei cittadini sconosciuti che si candidano promettendo, in prima istanza, di rendere trasparenti le amministrazioni in cui riescono a essere eletti e a farsi concretamente portavoce nelle istituzioni delle istanze di chi li ha votati. Ma si impegnano anche a lasciare la politica dopo il secondo mandato, a confrontarsi costantemente con i cittadini, a rinunciare ai rimborsi elettorali e altro. Tutti comportamenti scontati nei paesi con una classe politica responsabile. Quindi nel nostro Paese appaiono straordinari. Per questo i candidati del Movimento 5 Stelle mietono consensi e rischiano di sbaragliare i vecchi partiti, perché possono permettersi di apparire semplici, seri, responsabili. Apparire, perché per ottenere il riconoscimento di esserlo dovranno dimostrarlo nei fatti. Qualche esperienza positiva nelle Regioni c’è già stata. I candidati eletti nel 2010 in Lombardia e Piemonte, ad esempio, hanno finora mantenuto le promesse fatte. Come il 20enne Mattia Calise, entrato in Comune a Milano nel 2011.

Alle amministrative di domenica e lunedì il Movimento 5 Stelle per la prima volta presenta i suoi candidati in 102 degli oltre 800 Comuni. C’è Paolo Putti a Genova, Luca Ceruti a Como, Gianni Benciolini a Verona, Federico Pizzarotti a Parma, Alessandro Furnari a Taranto. E poi Angelo Malerba (Alessandria), Enza Blundo (L’Aquila), Riccardo Nuti (Palermo). Altri? Federico Costamagna, Marco Marrocco, Gregorio Mammì, Luisa Sabbadini, Giovanna Mineo, Giacomo Del Bino, Paolo Nugnes. Tutti sconosciuti, senza partiti. Tutti “diversi”.

Questo non è un semplice sostegno al Movimento. E’ la speranza che questi alieni della politica possano essere messi alla prova, che possano dare la scossa definitiva agli apparati partitici che si sono sostituiti allo Stato e ne hanno fatto roba loro. E poi si vedrà. Si vedrà come agiranno. Si vedrà come arriveranno alle politiche del 2013, se diventeranno un partito e si lasceranno scivolare nel blob della sprecopoli dei Palazzi diventando come gli altri. Ora una possibilità se la sono guadagnata. Piazza per piazza, città per città. Hanno riavvicinato le persone alla forma più pura di politica, ricostruendo quel rapporto diretto (e sano) tra elettori e candidati. Certo, il nostro è il Paese degli imbonitori, di quelli che promettono un milione di posti di lavoro e meno tasse per tutti, ma poi si dimenticano dei programmi usati solo come propaganda elettorale. Si vedrà. Ma credo che per il momento, questi cittadini normali e anonimi candidati abbiano conquistato il diritto di essere messi alla prova.

Anche solo per il fatto di aver messo d’accordo tutti: dal Pd al Pdl, da La Destra agli eredi dei komunisti leninisti-marxisti e filo maoisti (esistono ancora pare). Tutti d’accordo nell’attaccare e criticare il Movimento 5 Stelle, il diavolo Beppe Grillo. E se l’usato sicuro Pierluigi Bersani si scaglia con veemenza pari se non superiore a quella usata dagli Angelino Alfano-Daniela Santanché-Sandro Bondi, se tutti ma tutti i politici si trasformano e aggrediscono quelli dei 5 Stelle significa che ne hanno paura, una paura fottuta di essere spazzati via. Gridano all’antipolitica, ma l’antipolitica esiste solo se c’è la percezione nei cittadini che ci sia una politica negativa da eliminare: i vermicidi si usano solo quando le piante non sono sane. E guardando le piazze piene del Movimento 5 Stelle sembra proprio che gli elettori vogliano piantare semi nuovi. O almeno provare, poi si vedrà.