Il senatore Marcello Dell’Utri è stato davvero il “mediatore” tra Silvio Berlusconi e Cosa nostra, alla quale il Cavaliere di Arcore pagò “cospicue somme” per la sua sicurezza e quella dei suoi familiari. Dell’Utri ha davvero contribuito al “rafforzamento dell’associazione mafiosa”. Però il reato è compiutamente provato soltanto fino al 1977, e non per gli anni successivi. Un punto fondamentale per il calcolo della prescrizione, e dunque per determinare o meno una condanna definitiva.

E’ questo il punto centrale fissato dalla Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza che ha annullato con rinvio la condanna in appello per concorso esterno a Dell’Utri. Un caso molto simile a quello di un altro politico illustre, Giulio Andreotti. Che, secondo la sentenza definitiva, ha favorito Cosa nostra “fino alla primavera del 1980”, e il relativo reato è dunque prescritto. Ma nel caso di Dell’Utri la partita è ancora aperta, dato che il processo è stato rinviato a un nuovo appello. E, secondo i calcoli della Cassazione, allo stato attuale si potrebbe prescrivere nel 2014.

E’ “probatoriamente dimostrato”, scrive la quinta sezione penale della Cassazione presieduta da Aldo Grassi, che Marcello Dell’Utri “ha tenuto un comportamento di rafforzamento dell’associazione mafiosa fino a una certa data, favorendo i pagamenti a Cosa nostra di somme non dovute da parte di Fininvest. Tuttavia va dimostrata l’accusa di concorso esterno per il periodo in cui il senatore di Forza Italia lasciò Fininvest per andare a lavorare per Filippo Alberto Rapisarda, tra il 1977 e il 1982″. La suprema Corte dice che il giudice del rinvio dovrà “nuovamente esaminare e motivare se il concorso esterno contestato sia oggettivamente e soggettivamente configurabile a carico di Dell’Utri, anche nel periodo di assenza dell’imputato dall’area imprenditoriale Fininvest e società collegate”.

E dopo il 1982? I rapporti tra Dell’Utri e gli uomini di Cosa nostra continuano, così come i pagamenti di Berlusconi, almeno fino al 1992. Ma per questo periodo i giudici, si legge ancora nelle motivazioni, non hanno dimostrato con certezza se questi rapporti fossero ancora determinati da “reciproco interesse”, o se invece il braccio destro di Berlusconi non fosse diventato in sostanza una vittima. Anche perché nel 1981 i “garanti del patto”, i boss Stefano Bontate e Mimmo Teresi vengono inghiottiti dalla guerra di mafia che apre la strada ai Corleonesi di Totò Riina.  “La corte territoriale”, si legge nelle motivazioni, ha trascurato “del tutto quello che apparirebbe un rapporto estremamente teso tra Dell’Utri riluttante ai pagamenti e i vertici mafiosi del dopo Bontate”, compreso Riina, “autore di repliche perentorie e/o di attentati”.

Nelle motivazioni viene anche dipinto un ruolo in chiaroscuro di Silvio Berlusconi. Che per i giudici paga Cosa nostra “in stato di necessità” per assicurare la sua protezione e quella dei suoi cari. Ma in un altro passaggio si legge che “la consorteria mafiosa aveva, grazie all’iniziativa di Dell’Utri che si era posto come trait d’union, siglato con l’imprenditore un patto, all’inizio non connotato e tanto meno sollecitato da proprie azioni intimidatorie (la suprema Corte cita al proposito le emergenze probatorie a sostegno della tesi che le minacce ricevute da Berlusconi fossero di matrice catanese ma soprattutto calabrese) oltre che finalizzato alla realizzazione di evidenti risultati di arricchimento”.

Nelle motivazioni è citato anche la presunta estorsione di Dell’Utri denunciata dall’imprenditore trapanese Vincenzo Garraffa a proposito della sponsorizzazione di Publitalia alla sua squadra di pallacanestro. Una vicenda non ancora conclusa dopo un tortuoso iter giudiziario, e che dunque non può essere utilizzata come prova al processo. Ma, secondo i giudici di Cassazione, vale come “indicatore dei rapporti che Dell’Utri”, ancora nei primi anni Novanta, “intratteneva con personaggi di caratura mafiosa per risolvere, con o senza iniziative intimidatorie, questioni di interesse patrimoniale”.

Un patto che, aggiungono i giudici, “risentiva di una certa, espressa propensione dell’imprenditore Berlusconi a ‘monetizzare’, per quanto possibile, il rischio cui era esposto e a spostare sul piano della trattativa economica preventiva l’azione delle fameliche consorterie criminali che invece si proponevano con annunci intimidatori”.

La Cassazione ritiene pienamente confermato l’incontro del 1974 tra Berlusconi, Dell’Utri e i capimafia Francesco Di Carlo, Stefano Bontate e Mimmo Teresi, raccontato tra l’altro dallo stesso Di Carlo, collaboratore di giustizia. In uno degli uffici del futuro presidente del consiglio, in foro Bonaparte a Milano, fu presa la “contestuale decisione di far seguire l’arrivo di Vittorio Mangano presso l’abitazione di Berlusconi in esecuzione dell’accordo” sulla protezione ad Arcore. I giudici di merito hanno trovato un “preciso riscontro nelle dichiarazioni di altro collaboratore, il Galliano, il quale aveva riferito di avere appreso i dettagli di quello stesso incontro e del suo scopo, forniti da Cinà nel corso di un pranzo con altri esponenti mafiosi nel 1986”. La tenuta delle prove dell’incontro diretto tra Berlusconi e i boss erano state messe fortemente in dubbio da Francesco Iacoviello, il sostituto procuratore generale dell’udienza in Cassazione su Dell’Utri.

La quinta sezione penale scrive che “la motivazione della sentenza impugnata si è giovata correttamente delle convergenti dichiarazioni di più collaboratori a vario titolo gravitanti sul o nel sodalizio mafioso Cosa nostra – tra i quali Di Carlo, Galliano e Cocuzza– approfonditamente e congruamente analizzate dal punto di vista dell’attendebilità soggettiva”.

Pienamente riscontrato anche “il tema dell’assunzione -per il tramite di Dell’Utri- di Mangano ad Arcore come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di Cosa nostra” e “il tema della non gratuità dell’accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore del sodalizio mafioso che aveva curato l’esecuzione di quell’accordo, essendosi posto anche come garante del risultato”.

Nelle 146 pagine di motivazioni, la suprema Corte parla “senza possibilità di valide alternative di un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell’Utri che, di quella assunzione, è stato l’artefice grazie anche all’impegno specifico profuso da Cinà”.