Malgrado la detenzione, è stata la Settimana Santa più spirituale della mia vita. Abbiamo trascorso gran parte del tempo nei villaggi degli indigeni. A Nuevo Zaragoza (Messico) vivono circa 200 persone. Non hanno acqua corrente né elettricità e la farmacia più vicina è a 5-6 ore di cammino, all’inizio lungo un sentiero fangoso e accidentato, poi su una strada asfaltata che si snoda tra le montagne e che a tratti, essendo mal costruita, sembra sprofondare nel vuoto e lascia scorgere la vallata sottostante. Ci sono tre classi, rispettivamente con 22, 30 e 40 bambini e una sola insegnante che arriva al villaggio quattro volte la settimana a meno che non debba prendere un giorno o due di permesso per sbrigare le pratiche amministrative. Non ci sono pavimenti né carta né penne. La scuola è dotata soltanto di qualche vecchio libro, due gessetti e un poster che ritrae una famiglia bianca dall’aria felice all’interno di una casa borghese. In due delle tre aule scolastiche manca una parete. Sebbene i bambini siano malnutriti, il villaggio ha deciso di sacrificare una capra in nostro onore, cosa questa che ha comportato una sera di digiuno per molti abitanti del villaggio. Si sono riuniti per darci il benvenuto e tutti hanno voluto stringerci la mano. Poi ci siamo seduti e quelli che erano stati incaricati di parlare a nome del villaggio ci hanno parlato dei problemi che la comunità deve affrontare. E’ difficile immaginare il coraggio di cui hanno dovuto dare prova per affrontare una esistenza di orrende privazioni e di terribili sopraffazioni da parte di una burocrazia indifferente e crudele.

Il capo del villaggio di quest’anno (il capo viene scelto ogni anno) ci ha spiegato che la Protezione Civile, responsabile della prevenzione dei disastri naturali, aveva fatto sapere che dovevano abbandonare la loro terra a causa di problemi di erosione (probabilmente causati dallo sfruttamento minerario della regione ad opera di società minerarie straniere). Erano stati trasferiti nella piccola vallata dove li abbiamo conosciuti, ma avevano dovuto chiedere un prestito per poter versare 20.000 dollari al proprietario del terreno. Per restituire il prestito molti abitanti del villaggio hanno dovuto mandare i figli negli Stati Uniti dove – dopo un viaggio faticoso e pericoloso – hanno accettato di lavorare nei campi al minimo salariale. La Protezione Civile non ha informato la comunità che anche un villaggio vicino reclamava la proprietà dello stesso pezzo di terra e ha chiesto altri 20.000 dollari. La controversia non è ancora risolta e nel frattempo l’azienda elettrica, il sistema sanitario, l’azienda dell’acqua e altre aziende pubbliche si rifiutano di erogare i loro servizi. Quando il capo del villaggio, che non parla spagnolo, si è recato in città per chiedere al governo di risolvere l’intricata questione, è stato accusato falsamente di aver tentato di rubare un’auto, un’accusa incredibile visto che si sposta trascinandosi sulle mani in quanto ha entrambe le gambe paralizzate. Una vicenda degna di un romanzo di Kafka. Ciò che più mi ha colpito è stata la totale assenza di rabbia. Questa assenza di rabbia non va confusa con una sorta di passiva accettazione del loro destino – in realtà gli abitanti del villaggio erano decisi ad ottenere i cambiamenti che ritengono necessari per i loro figli, ma non si lasciano distrarre dalla furia cieca. Gli abitanti del villaggio lavorano con Abel e i suoi collaboratori per veder riconosciuto il loro diritto sulla terra e per indurre le varie articolazioni della burocrazia statale a fornire i servizi promessi.

Il giorno di Sabato Santo abbiamo riportato Maximino nella su villaggio natale di Juquila. Per il solo fatto di essersi battuto per migliorare la scuola e l’assistenza sanitaria, Maximino è stato arrestato e accusato di omicidio e ha trascorso in prigione il mese di gennaio e quello di febbraio. Ci ha raccontato che al momento dell’arresto la polizia gli ha detto: “qui c’è l’acqua e qui ci sono gli elettrodi; ti conviene confessare”. Abel e i suoi avvocati hanno aiutato Maximino a uscire di prigione, ma hanno ritenuto che per Max fosse troppo pericoloso tornare immediatamente al villaggio e il suo ritorno, la settimana scorsa, è stato motivo di grandi festeggiamenti. Al nostro arrivo ci anno offerto una zuppa di pollo e cioccolata calda. Poi una banda di ragazzi ci ha scortato suonando fino alla chiesa improvvisata dove, davanti a tutti gli abitanti di Juquila, l’anziano del villaggio ha messo sui nostri capi chini una coroncina di tuberose e calendule morbide e profumate. Ci hanno mostrato l’aula vuota in quanto l’insegnante, che non parla la loro lingua, se ne era andata due mesi prima e non aveva più fatto ritorno. La scuola ha un tetto, un pavimento in terra battuta e le pareti sono di rete metallica. Nella scuola non c’è la cattedra, non ci sono banchi né sussidi didattici di alcun tipo. In tutto il villaggio le case sono prive di servizi igienici. Su tutti i capi del villaggio pende un mandato di arresto per qualche reato immaginario. E’ questo il modo in cui le autorità impediscono ai capi dei villaggi di affrontare le sette ore di cammino per raggiungere la città e chiedere il rispetto dei diritti umani fondamentali.

Abel Barrera, insignito del RFK Human Rights Award, e i suoi avvocati di Tlachinollan sono continuamente oggetto di minacce perché difendono i diritti delle popolazioni indigene di La Montana. Abbiamo chiesto ad Abel dove vorrebbe trovarsi fra cinque anni e come possiamo aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi. Ci ha risposto: aiutateci a porre fine all’impunità di cui godono i militari indagando, denunciando e facendo pressioni sul governo messicano e sull’esercito; fate passi concreti per ridurre le sofferenze della gente nel breve periodo facendo in modo che nei villaggi arrivino libri, medicinali e altre cose indispensabili; fate in modo che le multinazionali siano dichiarate responsabili dei danni arrecati alla popolazione locale a seguito dello sfruttamento delle miniere e contribuite alla formazione della gente facendo sì che imparino a organizzare la loro comunità e a difendere i loro diritti. L’equipe di RFK ha già cominciato a dare risposte a queste richieste.

L’altro giorno Paul Schrade e Dolores Huerta hanno partecipato presso la Scuola Superiore RFK nel centro di Los Angeles, nei pressi dell’Hotel Ambassador, alla RFK Compass Conference. Dopo pranzo, 500 studenti, in maggioranza latino-americani, tutti provenienti da quel quartiere hanno riempito il teatro e hanno parlato del significato del coraggio. Quella sera Martin Sheen, Dennis Haysbert, Catherine Keener e Marcia Gay Harden hanno recitato brani di “Speak truth to Power” a casa di Max e Vicki. In quella stessa giornata Bobby Shriver e Kathleen avevano affrontato il tema del rapporto tra investimenti e diritti umani. Mickey Kantor aveva raccontato come aveva iniziato a lavorare presso i Servizi Legali per Migranti a Immokalee. Bill Lockyer, ministro del Tesoro dello stato della California, aveva ricordato la sua partecipazione alla campagna elettorale del 1968. E John Chiang, California State Controller, ci aveva detto che il nome John gli era stato dato in onore di John Kennedy e di cosa quel nome aveva significato per lui. Dopo cena Martin Sheen e Dolores hanno accettato di fare parte della nostra delegazione a Guerrero e Dolores si è offerta di tenere un corso di tre giorni sul tema dell’organizzazione della comunità.

E’ straordinario vedere tutti questi mondi convergere verso un unico obiettivo seguendo la strada indicata da un uomo morto 45 anni fa, ma la cui visione di giustizia e la cui fede nella capacità di cambiare le cose sono ancora fonte di ispirazione.

A presto! Kerry

Traduzione a cura di Carlo Antonio Biscotto