Sul Corriere dello scorso 17 aprile Giovanni Belardelli insorge contro gli stereotipi di cui l’Italia è prigioniera nell’opinione degli stranieri in generale e degli inglesi in particolare. Più voci della stampa e della saggistica d’Oltremanica considerano infatti che l’esistenza della Lega sia la prova inconfutabile dell’inesistenza di un sentimento nazionale italiano condiviso. Belardelli lamenta la superficialità di questo giudizio e distingue fra sentimento nazionale e senso civico, sottolineando che è soprattutto quest’ultimo che ci manca e che anche la Gran Bretagna è divisa in comunità di gallesi e scozzesi.

Belardelli sostiene anche che sono spesso i nostri intellettuali a diffondere un’immagine distorta della realtà italiana. Il compiacimento con cui molti nostri brillanti cervelli hanno raccontato gli eccessi del berlusconismo ha finito per condizionare la percezione del nostro paese all’estero. La facile assoluzione dell’italianità che Belardelli pronuncia e la rinnovata enfasi sulla nostra incontestata unità lascia però perplessi.

Innanzitutto, mai sottovalutare gli stereotipi. Se esistono è perché hanno fondamenti veri. Un popolo rimane uguale a se stesso molto più profondamente di quanto si creda. E poi basta coprirsi gli occhi davanti al palese sgretolamento della nostra società! Messe da parte le bandiere, gli eroi, le gloriose battaglie e gli sdilinquimenti del 150°, quel che fa l’identità nazionale di un popolo è semplicemente l’adesione a un sistema di lealtà. In questo c’è poco da fare: l’Italia non è un paese unito. Perché una maggioranza degli italiani non esprime lealtà all’Italia ma ad altri sistemi di appartenenza, che sono talvolta territoriali, come nel caso della Lega e talvolta sociali, come nel caso dei partiti politici, della Chiesa, fino al caso estremo dell’appartenenza a sistemi di clientelismo, di familismo e di mafie. A poco valgono i sondaggi: è facile dichiararsi italiano, non costa niente. La vera appartenenza la si proclama col comportamento e innanzitutto con il pagare le tasse. Belardelli sostiene che gli italiani non potrebbero certo dichiararsi francesi o tedeschi, e considera questa un’ulteriore prova di italianità.

A prescindere dalla debolezza di questa tesi, gli italiani possono però dichiararsi prima che italiani lombardi, friulani, sardi o veneti, come del resto molti già fanno. I gallesi ci tengono molto alla loro specificità e alla loro lingua che hanno faticosamente recuperato. Molti scozzesi sono addirittura pronti a votare l’indipendenza da Londra. Ma nessuno di questi separatismi mette in dubbio l’adesione al sistema di appartenenza britannico, che si esprime ad un altro livello e che riguarda soprattutto la percezione di sé. Lo stesso vale per la Catalogna in Spagna, che pur se repubblicana e separatista mantiene una superiore lealtà ispanica perché sente che il suo interesse è nell’alleanza con Madrid.

E’ questo che a noi manca. Un collante, una solidarietà, un motivo per cui valga la pena di essere italiani. Un sistema chiuso dove per trovare lavoro servono le conoscenze, dove ogni aspetto del vivere richiede una filiera di aiuti e sostegni non può che corrodere ogni sentimento universalista. E’ anche questa mancanza a far sì che appunto tanti nostri intellettuali trovino un riparo identitario nell’anti-italianità. Alla fine il rischio è proprio che l’anti-italianità dia un più solido sentimento di appartenenza che l’italianità. Ma è davvero un rischio? Siamo davvero certi che il sentimento di appartenenza nazionale sia oggi un valore? Non sarebbe più etico e più adatto al nostro tempo sviluppare un sistema di lealtà in primo luogo locale, regionale o macroregionale anche transnazionale ma soprattutto libero dalle grettezze leghiste e poi europeo? Forse è proprio questo il passo che dobbiamo fare, in tutt’Europa. E in questo noi italiani che per tante ragioni non abbiamo mai sentito fortemente il peso dell’appartenenza nazionale, potremmo essere dei precursori.