C’è un incubo che spunta ovunque, da qualche giorno, nelle scalette di tutti i telegiornali. E quando dico tutti intendo proprio tutti. L’incubo ha il seguente titolo: “Siamo andati a scoprire gli umori del popolo leghista”.

Ora: il primo timore deriva dal fatto che conoscendo lo stile medio del cosiddetto “popolo” leghista quando sento parlare di “umori” mi spavento un bel po’ perché temo di essere travolto da una slavina di borborigmi, di salivazioni giallognole, di lacrime perché il capo, poverino, è chiaramente oggetto di una campagna ordinata dai magistrati per lo più terroni, e di qualche altra secrezione fisica che non nomino ma di cui, diciamo così, il Pierino di Alvari Vitali era campione mondiale. Gli umori dei leghisti, per l’appunto. Se riesco ad evitare il timore di annegare in siffatta produzione corporea penso che siamo caduti proprio in basso se dobbiamo ridurci a indagare sul non indagabile: ovvero i pensieri di persone che nella stragrande maggioranza da anni hanno fatto propri i “diti medi” del capo, le insolenze nei confronti dello Stato, le ronde per cacciare i barboni, le camicie verdi, i fidanzamenti padani con la fusione degli anelli (vedi Calederoli), la sacra ampolla dell’acqua del Po e aggiungeteci voi qualsivoglia amenità vi venga in mente.

Con buon pace di Pigi Battista che sul Corriere ha attribuito alla Lega il merito aver fatto emergere la “questione settentrionale” (aiuto) gli umori non liquidi e non di derivazione intestinale del “popolo” leghista li conosciamo benissimo, ahinoi. Umori che hanno nel Dna quel disgustoso senso di degrado che Marco Revelli ha così bene sintetizzato nel suo saggio “Poveri, noi”: quando le cose vanno male quelli come quel popolo (e non solo loro) non raccolgono energie per identificare i responsabili del disastro ma se la prendono con coloro che nella scala sociale stanno sotto di loro. Meno sono garantiti e politicamente corretti meglio è.

I loro sono umori spesso nazisteggianti nelle manifestazioni che solo qualche politico colpevolmente miope (cioè quasi tutti) hanno avvallato come manifestazioni colorate e senza spessore. Conosciamo bene sia il “popolo” sia gli umori. Umori che non sono da indagare ma se possibile da chiamare con il loro nome:  fetidi retaggi di tanti brutti passati. Umori sui quali sarebbe bello poter far calare il sipario. Anzi, non proprio sipario se ci penso bene. Ma un’altra cosa che si abbassa.