Cosa hanno in comune i Marò in India e Amanda Knox di Perugia? Apparentemente nulla, se non la reclusione all’estero e l’insurrezione di rispettivi mass media e diplomazie patrie. A parti inverse, ognuno seguendo propria bandiera, come i tedofori alle olimpiadi. Ma non è un gioco. Giulio Terzi, Ministro degli Esteri, sta ancora mediando (difetto di giurisdizione) col governo di New Delhi il rilascio dei militari del Reggimento San Marco, accusati dell’omicidio dei pescatori Binki e Jalestein. Hillary Clinton (Segretario di Stato Usa) sposò la campagna innocentista per la studentessa statunitense, assolta nell’appello del delitto Kercher, dopo una condanna a 26 anni.

Ma, oltre la notizia, quanti sono i detenuti italiani all’estero, che affollano le carceri oltre frontiera? Con quali storie? Sono tutti patrioti assassini, ergastolani? Oppure c’è qualche connazionale, vittima di evidente malagiustizia? Tra processi non sempre equi e veri e propri incubi giudiziari, oltre la Farnesina monitorano il panorama mondiale l’associazione ‘Liberi per Angelo e i 3000 dimenticati e l’Onlus Prigionieri del Silenzio. Dati alla mano, sparsi nel mondo ci sono 3.000 italiani in stato d’arresto. Non sempre assistiti dalle strutture consolari, che invece dovrebbero perorare l’estradizione nei nostri penitenziari dei condannati in via definitiva (Convenzione Consiglio d’Europa, firmata a Strasburgo nel 1983). Non sempre colpevoli di reati, oltre ogni ragionevole dubbio.

A svelarne le storie più eclatanti, ci pensa Le Voci del Silenzio (Eclettica Edizioni), un libro d’inchiesta scritto a quattro mani da Fabio Polese e Federico Cenci, giovani giornalisti accompagnati dalla prefazione di Roberta Bruzzone, Presidente dell’Accademia Internazionale delle Scienze Forensi. “Di questi 3.000 – scrive la criminologa, riferendosi ai casi disseminati un po’ ovunque – circa 2.250 sono detenuti nelle prigioni europee. La restante parte degli italiani detenuti all’estero si trova in Africa, Asia, in Sud America e negli Stati Uniti. Non è certo semplice affrontare un processo all’estero, magari mentre ci si trova in un paese di cui non si comprende neppure la lingua né, tantomeno, il tenore delle accuse che vengono rivolte. In cui non sono riconosciuti neppure i diritti fondamentali dell’uomo. In cui la parola Giustizia sembra quanto mai svuotata di ogni significato”.

E così ci si imbatte in un sottobosco taciuto, in racconti senza lieto fine. Relazioni spericolate che se non fossero vere, sembrerebbero più la trama di un romanzo mozzafiato che la sommatoria di storie di ordinaria ingiustizia dimenticata. Da Carlo Parlanti a Enrico ‘Chico’ Forti, da Derek Rocco Barnabei a Mariano Pasqualin e Fernando Nardini. Fino ai casi di Elisabetta Boncompagni e Tomaso Bruno. Nomi che all’opinione pubblica non dicono nulla, o quasi. Ma che invece racchiudono condizioni di vita lesive, pena di morte made in Usa, espiazione del crimine in tortura, facoltatività del patrocinio gratuito in processi per ricchi e poveri, viaggi di vacanza finiti all’inferno con biglietto aereo di sola andata, famiglie abbandonate e ridotte sul lastrico da ingenti spese legali. Un tormento disumano, insopportabile.

C’è chi finisce in carcere per le proprie responsabilità e chi, purtroppo, perché vittima di un’ingiustizia – scrivono Polese e Cenci – Alcuni casi finiscono bene, altri, se non addirittura con la morte, finiscono col rovinare per sempre la vita degli involontari protagonisti. In questo terribile scenario qualche domanda sorge spontanea. Cosa fa lo Stato Italiano? Che cosa fanno i nostri media? E i nostri politici?” Certo, nessuno può arrogarsi il diritto di sostituirsi a un giudice, né gli organi inquirenti, tantomeno sostenere – per puro sciovinismo – cause indifendibili, oltre ogni ragionevole dubbio, soprattutto se sostenute da un regolare processo e conseguente (regolare nel diritto) sconto di pena.

Però è anomalo constatare che tra l’indifferenza generale delle 3.000 voci del silenzio, riescano ad alternarsi solo appelli ad intermittenza. Per sostenere i soliti figli. Tralasciando i soliti figliastri. Oltre ogni ragionevole dubbio.