Qualcuno ha sbagliato qualcosa se c’è chi si dà fuoco per le strade. Dico subito che non sto parlando di politica, sto parlando di vita e di morte in un Paese, l’Italia, in cui anche in tempi di tragedia sono sempre passate tra la gente due frasi-talismano: “La speranza è l’ultima a morire” e “Finché c’è vita c’è speranza”.

Guardi le immagini dal Tibet e ti rendi conto che il monaco in fiamme lancia la testimonianza del suo immolarsi come un tremendo messaggio. Lui brucerà, ma ci sarà un Tibet libero. Il fatto, però, si fa cupo e tremendo quando le fiamme non sono testimonianza, non sono protesta, non sono, nel modo estremo del monaco tibetano, denuncia, ma anche speranza. Sono la via di fuga. Se qualcuno (anche uno solo, ma ormai sono parecchi di più) all’improvviso, nel mezzo della sua giornata, della sua vita, del suo lavoro, della sua famiglia (“Amore mio”, comincia così una delle lettere d’addio dell’uomo che si è dato fuoco a Bologna) cerca scampo tra le fiamme, un Paese deve esigere di sapere che cosa ci sta accadendo.

Non ce lo dirà la politica, intesa come manovra quotidiana, o il governo in quanto artefice di decisioni dure e difficili e discutibili. Ma qualcosa, nell’intrico dei media e delle teste parlanti, ci impedisce di vedere che la solitudine, la persuasione che cresce e che dice che nessuno ti aiuterà, sta diventando una infezione. Vuol dire che se non muori fisicamente, “ti uccidi” come cittadino. Dal momento che tutti diffidano di te, ti abbandonano, ti spingono via e non vogliono saperne del tuo lavoro, meglio stare alla larga (vedi il 50 per cento di astensioni che gli esperti prevedono). Il fatto è che nei quadri di numeri e spread non ci sono persone. Cominciano a esserci fantasmi di gente che non ce la fa, perché è del tutto esclusa.
Bisogna ricominciare, in modo cauto, paziente, tollerante, dalle persone. Oltre un certo dolore, neanche un buon governo può governare.

Il Fatto Quotidiano, 30 Marzo 2012