Ieri Ilvo Diamanti ha pubblicato un pezzo su Repubblica che non mi trova d’accordo. Diamanti, con analisi spietata e con un crescendo linguistico sincopato, descrive l’utilizzo ormai costante di smartphone, tablet, pc e dispositivi digitali come una vera e propria deriva. La conclusione di Diamanti è che oggi ci sono “persone di ogni generazione che sono espressione di una società autistica (con grande rispetto per gli “autistici” veri)”.

La tesi di Diamanti viene argomentata da ciò che si vede per strada, in ufficio, persino a casa. Così afferma: “Dovunque, intorno a noi, persone che parlano da sole. Con gli auricolari o i dispositivi blue tooth alle orecchie. Camminano. In centro o in periferia, per strada o in ufficio. Oppure se ne stanno a casa loro. Isolate dal resto della famiglia. Unite ad altre persone dal portatile. Dallo smartphone. Parlano oppure diteggiano. Mandano sms. Da qualche tempo, sempre più spesso, sempre più numerosi: tweettano”.

Tesi estrema e a mio avviso non condivisibile, nonostante i numeri descrivano un Paese iperconnesso: come ha evidenziato pochi giorni fa l’osservatorio “New Media” del Politecnico di Milano sono 21 milioni gli italiani che possiedono almeno uno smartphone mentre 24 milioni hanno profili e account sui social network, 1,5 milioni hanno un tablet e oltre 500 milioni di apps sono scaricate.

Però c’è da dire che grazie alla connettività sempre-e-ovunque oggi lavoriamo meglio con la rete, entriamo in relazione con comunità di individui anche geograficamente molto lontani, condividendo progetti e opportunità di lavoro. In questo blog ci occupiamo dei wwworkers, ovvero dei nuovi lavoratori della rete, ed è innegabile constatare come grazie alle nuove tecnologie si stia cercando di proporre (a fatica) un nuovo modo di vedere il lavoro, anche in rete.

E allora possiamo davvero pensare di considerare la nostra società più autistica perché più connessa o espressione di una “community individualizzata”, come è stata definita da Diamanti? Ogni eccesso dovrebbe essere sanzionabile, ma oggi più che mai al nostro Paese digitalmente arretrato su diversi fronti (non solo tecnologici), tutto occorrerebbe fuorchè una censura della rete e della (iper)connettività.