Don Andrea Gallo

Don Andrea Gallo da Genova, “il Gallo” come lo chiamano alla comunità di San Benedetto al porto, il prete comunista, o da marciapiede come lui ama definirsi, torna per la seconda volta al Teatro delle Celebrazioni di Bologna nei panni di don Gallo, prendendo a prestito le parole del grande fustigatore Savonarola. Definisce una sorpresa la grande richiesta di uno spettacolo giunto alla sedicesima replica: “poi capita che io faccia resistenza, ma fino ad ora, vuoi perché credo a questo spettacolo vuoi per la mia incoscienza, ho detto di no poche volte”.

Io non taccio – Le prediche di Girolamo Savonarola è una riproposizione delle prediche del frate ferrarese nella reinterpretazione del regista Stefano Massini e dello stesso don Gallo, cui è stata data carta bianca per intervenire a ruota libera.

“Dopo tante repliche poi sono entrato nella pelle del Savonarola, che è considerato il frate predicatore, il profeta, ma che in realtà è una voce che grida, la voce di un popolo intero, quello fiorentino, e che si fa interprete delle esigenze di libertà, coscienza, dignità di un popolo già in cammino nel proprio percorso di liberazione dalla tirannia, dalla schiavitù, dalla corruzione morale che tutto affonda”.

E’ una voce di cinque secoli fa che nelle intenzioni dell’autore e nelle sue vuole parlare, e parla, alle nostre coscienze, con sorprendente attualità: in che modo ci riesce?

E’ il titolo stesso a rivelarlo: Savonarola amava la sua Chiesa, ma in quanto ecclesia, assemblea che a tutti i suoi componenti dà voce. Ecco perché mai avrebbe potuto accettare la remissività di fronte al potere, compreso quello ecclesiastico. Il suo grido è all’inizio quello di un cane che abbaia, ma per la necessità di svegliare le coscienze, quelle di un intero popolo che è già in una dimensione di lotta e di ricerca della verità, e che di fronte alla tirannia che azzittisce, al totale disinteresse  per il bene comune, alla corruzione papale si ribella. Savonarola è la miccia che accende gli animi: il vento che fa soffiare il veliero dei potenti è il popolo, e il popolo ha il potere di cessare quel soffio, di far cambiare rotta, se non vuole rassegnarsi ad una schiavitù libera e accettata. E la libertà è uguaglianza, ma pure moralità. Ed è primato della coscienza individuale, anche nel proprio personalissimo rapporto con Dio.

In un momento come quello attuale il richiamo al risveglio delle coscienze, alla ribellione sembra avere buon terreno sul quale attecchire…

Mai come ora, direi, che siamo in una palude. La parola crisi è diventata inadeguata a definire la caduta libera nella quale precipitiamo. Il lavoro che non ha dignità ma è gentile concessione, subordinata al ricatto di non averlo, diritti costati secoli di lotta calpestati dalle esigenze della globalizzazione, la rapacità del neoliberismo: in Savonarola emerge l’idea di liberazione  dell’essere umano schiavo, del riconoscimento della sua titolarità di diritti e dignità. Nessuno può arrogarsi la facoltà di privare l’uomo di tali titolarità, neppure invocando capziosamente lo stato di necessità.

Savonarola fu mandato al rogo: il suo quale rischia di essere?

Ma il rogo non è mio, è di milioni di persone. La giornata della memoria viene celebrata ogni anno, ma la shoah continua ogni giorno, nelle guerre in corso, nella lotta per la libertà soffocata, nella mostruosità del neoliberismo che vuole impedire l’emancipazione dell’umanità. Ecco perché lo spettacolo vorrebbe essere un risveglio delle coscienze, una riscoperta della propria dignità personale e delle proprie qualità, dell’importanza della relazione e dei rapporti umani, con l’abbattimento di pregiudizi, discriminazioni, muri, nemici da inventarsi per governare attraverso la paura che paralizza. I roghi stanno nella voragine di male che ci attanaglia.

Qual’è la rotta dunque da seguire, il nuovo vento?

C’è bisogno di credere che un mondo diverso sia possibile, c’è bisogno di mandare al diavolo chi continua a propinarci l’idea che solo questo modello di sviluppo sia perseguibile. Quando Monti è diventato presidente del consiglio ho pensato “un bocconiano, un esperto economista, un chierico del capitale: avrà soluzioni adeguate”. E invece non un accenno all’unità, non un appello alla limitazione dello spreco, ad un diverso modello di sviluppo: tutti ad affannarsi a salvare l’attuale. E dire che non si tratta di idee così straordinarie. Quando mi è capitato di parlare con Serge Latouche, che è un mio amico, di decrescita, l’ho fatto ridere perché gli ho detto “guarda che le tue idee le aveva anche mia mamma”. Per mia mamma l’arrivo dei primi migranti in Italia era facilmente risolvibile: noi “tutelati” potevamo benissimo far spazio alle esigenze di benessere e vita dignitosa dei nuovi cittadini che bussavano alle nostre porte. Bastava non sprecare. Bastava pensare che “dove si mangia in tre possono benissimo mangiare in cinque, sei persone”. Il grido del G8 è rimasto inascoltato purtroppo. Il caso della Val di Susa è emblematico in questo senso. Come posso io condannare i manifestanti che si ribellano con la violenza alla violenza ancora più grande e devastante operata sul territorio per onorare ancora una volta il dio capitale? Per di più in un territorio come l’Italia, che si sbriciola ad ogni pioggia, dove occorrerebbero investimenti per arginare i danni di decenni di cementificazione selvaggia.

Ma lei crede possibile un risveglio reale delle coscienze in cittadini che per anni sono rimasti narcotizzati?

Il fatto è che è necessario: dobbiamo sradicare dalle nuove generazioni l’idea dell’assenza di un futuro. Il mio è l’ottimismo del desiderio, perché sono consapevole che il male grida forte. Ma  mi hanno confortato l’altro giorno i miei ragazzi in bacheca. A qualcuno che aveva scritto sulla bacheca “il male grida forte” qualcun altro ha controbattuto “Sì, ma la speranza in un mondo migliore fa ancora più rumore”.

Per info: www.teatrocelebrazioni.it