Tutti si ricorderanno senza dubbio che ufficialmente l’origine delle riforme mortali per i lavoratori (soprattutto i dipendenti) e i pensionati è stata l’impennata dello spread, o meglio, dei tassi di interesse a cui lo stato italiano collocava i propri titoli.

Ci sarebbe da discutere a fondo sul fatto che a sua volta l’impennata degli spread abbia radici anche (o soprattutto?) al di fuori dal volume del debito italiano, per esempio nella stagnazione del Pil (di cui non si intravede la fine), nella crisi finanziaria mondiale innescata nel 2008 dalle politiche avventuriste di parecchie banche primarie, nella struttura politico/economica della Ue con conseguenti vantaggi per alcune Nazioni e svantaggi tangibili per altre e ci sarebbe anche da discutere parecchio sulle alternative che sarebbero state possibili, nell’ambito dei conti dello stato italiano, allo smantellamento più o meno estremo, a seconda dei giudizi, del welfare.

La discussione su questi due punti sarebbe molto importante e tuttavia la maggior parte dei nostri politici e media ne rifuggono come dalla peste, insinuando alcuni ulteriori dubbi sulla limpidità delle operazioni eseguite per salvare le nostre vite dal rischio spread.

Ad ogni buon conto, lo spread è oggettivamente sceso di una frazione di punto per ogni euro prelevato a lavoratori dipendenti e pensionati e quindi abbastanza consistentemente; proporzionalmente allo spread sono scesi i tassi di interesse sui titoli di stato. I fans di Monti ci diranno che loro l’avevano previsto e ci spiegheranno che per ogni punto in meno di tasso di interesse lo stato risparmierà miliardi di euro di interessi.

A scanso di equivoci, confermo che a un mio calcolo approssimativo, ipotizzando, anche se non è esattamente così, che in un anno si rinnovi circa il 10% del debito con emissioni medie decennali ogni punto di tasso sarebbe costato nei prossimi dieci anni, circa 20 miliardi di euro di maggiori interessi; quindi: tre punti equivalgono a 60 miliardi di minori interessi in dieci anni; cifra enorme, anche se le appropriazioni derivanti dalla riforma delle pensioni la eclissano.

Quello di cui vorrei occuparmi, comunque, è lo spread residuo, quello tra gli interessi garantiti dallo stato italiano e quelli richiesti dalla Banca Centrale Europea. Infatti lo stato Italiano ha collocato recentemente titoli al 3-4% , titoli che sono stati acquistati in gran parte da banche che hanno utilizzato per questo i fondi ricevuto dalla Bce a un tasso dell’1%. Per la precisione, le nostre banche hanno acquistato circa 28 miliardi di titoli di stato che al tasso del 4%, garantiranno loro circa 1,1 miliardi di euro di interessi all’anno, a fronte di circa 280 milioni di euro che verseranno alla Bce a fronte della stessa cifra ricevuta. Il netto fa oltre 800 milioni di euro all’anno di utile, circa la metà di quello che le parti sociali stanno chiedendo al Governo per riformare gli ammortizzatori sociali e, soprattutto, non sembra che le banche dovranno asciugarsi il sudore. A questo si può aggiungere che probabilmente molti altri titoli del nostro stato sono stati acquistati da banche estere che anch’esse hanno utilizzato finanziamenti Bce all’1%.

Ma la Bce non aveva dato alle banche italiane solo 28 miliardi di euro, bensì circa 60 al netto di restituzioni alla Bce di prestiti precedenti; bene, diranno in parecchi, vorrà dire che la differenza sarà andata a finanziare finalmente imprese e famiglie. Invece no; la differenza sembra essere finita in riacquisto delle proprie obbligazioni, riducendo i debiti e risparmiando sugli interessi che erano certamente molto più alti dell’1% da pagare alla Bce.

Fin qui i fatti nudi e crudi come raccontati dalla Banca d’Italia.

Non mi sembrano necessari troppi commenti; penso che ognuno possa farsi le sue opinioni; giova forse solo ricapitolare che, grazie alle regole che la Comunità Europea si è data, si è innescato un meccanismo che trasferisce alle banche fondi dallo Stato il quale d’altro canto dice di non averne abbastanza per gli ammortizzatori sociali.

Giova anche ricordare che proprio dalle banche si è avuto l’inizio della crisi (subprime, derivati etc. rammentano ancora qualcosa?) e che la possibilità per le banche di fare utili facili nel meccanismo del finanziamento agli Stati non pare corrispondere a quei criteri di equità che ispirerebbero le richieste di sacrifici pesantissimi nell’immediato ma soprattutto per la vita sociale futura.

Mi domando che cosa serva ancora per far comprendere a tutti dove stiamo andando e perché e innescare una sana opposizione. Sempre civile, naturalmente.