Da qualche mese, una mia cara amica, Betta Cianchini, porta in scena Post Partum, uno spettacolo/inchiesta che descrive le emozioni, i conflitti, le paure e le debolezza di una donna che diventa mamma. E’ un racconto disincantato, che nasce dal cuore e dalla testa delle donne che crescono madri e degli uomini che le vedono crescere. Prima dello spettacolo, vengono distribuiti dei questionari sulle percezioni dello stato d’animo delle neo mamme e sulle difficoltà maggiormente riscontrate.

Tra le prime cause di disagio, baby blues e depressione Post Partum, c’è la solitudine. Crescere un neonato da sole, chiuse tra quattro mura, è innaturale. E non si può aver paura ad ammetterlo.

La presenza del padre in questo frangente è essenziale, non solo per aiutare la famiglia a costruire nuovi e delicati equilibri, ma per familiarizzare con il nuovo arrivato, per godersi il desiderio realizzato di essere papà, accorciando quella distanza emotiva col bambino, che la madre ha inevitabilmente tracciato nei nove mesi di gravidanza . Ma per fare questo è necessaria la presenza, la vicinanza, la quotidianità. E questo bisogno emotivamente essenziale, deve diventare un diritto riconosciuto.

Mi domando perché sia tanto difficile, da noi, assimilare questo concetto.

La Nestlè l’ha fatto, anticipando tutti e soprattutto battendo il Governo italiano sul tempo. La multinazionale ha deciso di garantire due settimane di paternità obbligatoria  per i propri dipendenti, con l’impegno a integrare sino al 100% dello stipendio, in linea con quanto previsto dalla legge europea. L’Europarlamento ha approvato già nel 2010 l’innalzamento a 20 settimane di maternità pagata al 100% per tutte le mamme d’Europa e 14 giorni di paternità obbligatoria con stipendio pieno per i papà, a carico della fiscalità generale e non di un fondo contributivo.

La Nestlè ha quindi recepito una normativa europea, cosa che il Governo italiano stenta ancora a fare. La legge attuale, infatti, prevede per i padri solo un congedo facoltativo al 30% della retribuzione. Ma chi, oggi, rinuncerebbe al 70% dello stipendio?In compenso, è in discussione alla Camera una nuova proposta che prevede almeno 3 giorni consecutivi di congedo obbligatorio di paternità nei primi 5 mesi di vita del figlio, mentre ora il giorno è uno solo.

I numeri, in questo caso, fanno la differenza, perché tracciano il confine tra il diritto e la concessione.

Ecco, il congedo di paternità dovrebbe essere un diritto, non una concessione, l’errore è consideralo un optional, un di più. E invece il ruolo del padre è essenziale tanto quanto quello della madre, seppur differente, e di questa alternanza il bambino ha bisogno. Ammetterlo è un passo avanti verso la reale uguaglianza tra uomini e donne. Perché le pari opportunità non si misurano solo sulle conquiste di tutte noi, ma sul riconoscimento delle esigenze emotive, oltre che professionali, di entrambi i sessi.