Che cos’è il cinema cosiddetto politico?  Cosa intendiamo per “cinema civile”? Ci riferiamo ad una forma d’arte che esprima una serie di istanze ideologiche o viceversa (auspicabilmente) di un cinema capace di raccontare il dramma, la complessità della vita politica e dei suoi protagonisti? Riesce dunque, il cinema italiano contemporaneo, a cogliere la complessità di questa dimensione drammatica?

Sembra questa la sfida sottesa al ciclo d’incontri, curati da Claudio Bisoni, sul tema Il cinema italiano contemporaneo tra politica, identità e memoria cinque appuntamenti aperti al pubblico presso l’auditorium Dms (via Azzo Gardino 65/a)  che ospiterà, fra gli altri, Liliana Cavani, Stefano Sollima, Giorgio Diritti, Daniele Gaglianone Renato De Maria.

Nel primo di questi appuntamenti, tenutosi lunedì scorso,  hanno interagito con Liliana Cavani Gianfranco Pasquino e Paolo Pombeni, entrambi docenti presso la Facoltà di Scienze Politiche a Bologna. Ed è proprio Pombeni a delimitare il campo da gioco quando puntualizza che «la politica è una dimensione nella quale gli uomini si trovano di fronte al meglio e al peggio di loro stessi, raccontare questa complessità sarebbe la chiave di lettura decisiva nel rapporto fra cinema e politica, ma lo stiamo facendo?»

Risponde a questa domanda il professor Pasquino, poco convinto del fatto che il cinema italiano contemporaneo (con qualche eccezione) stia affrontando correttamente questa tensione drammatica «per il semplice fatto – spiega Pasquino – che  la storia italiana è più una melassa che una tragedia – e continua – detto questo credo che ancora più difficile, ma ben più efficace, sarebbe raccontare la normalità, quasi la banalità della politica».

Ma se la produzione cinematografica italiana è poco coraggiosa, il suo pubblico che responsabilità ha? Abbiamo gli strumenti per reclamare un cinema diverso? Forse, indirettamente, è a questo che inizia a rispondere Pasquino quando racconta divertito di aver sentito una conversazione fra due ragazze che, avvistato in vetrina di una libreria “Il nome della rosa” di Eco si dicono: «Hai visto?  Hanno già fatto il libro tratto dal film» . «Un mio sogno – aggiunge Pasquino – sarebbe quello di ricostruire la storia di questo paese attraverso il suo cinema, pensate a un film come “Le mani sulla città” di Rosi…

Tocca a Liliana Cavani che, rispondendo a domande sulla genesi de “I cannibali” (1970) ispirato alla figura di Antigone, chiarisce che «in quegli anni a molti interessavano le istanze e le domande che venivano dall’Unione Sovietica, a me quelle che provenivano dall’America – e continua – mi piaceva questa necessità di cambiare tante cose riconoscendoci tutti più vicini».

«La vera fine della guerra – dice la Cavani – è stata quella volontà di conoscerci fra di noi; a me non interessavano certi stilemi classici della rivoluzione di estrema sinistra (come la proprietà), preferivo misurarmi su concetti come “fraternitas”».

«La mia idea di cinema politico – prosegue – era quella che ci consentiva di misurare noi stessi, non i partiti; il cinema ideologico non mi interessava» . Si approda poi, inevitabilmente, a “Il portiere di notte” (1974) il più controverso, e puntualmente il più famoso, film della Cavani. «In realtà – spiega la regista – noi credevamo  di aver fatto un film d’essai, ma poi l’interesse che ha scatenato ci prese quasi di sprovvista».

«L’idea di scavare nella morbosità (e non solo nella malvagia)  del nazismo  – svela la Cavani – nasce nel 1965 a seguito di alcune interviste ad un gruppo di partigiane sopravvissute ai campi di concentramento, ed allo scavo interiore che questa tragedia aveva prodotto in questi esseri umani».

Una maestra di Cuneo raccontava che, anche a vent’anni di distanza dalla guerra, ogni anno si recava per una decina di giorni a Dachau. «Sento il bisogno di andare là»   confessava e al suo fianco un’altra donna  (di Milano stavolta) di fronte alla domanda «Cosa non perdona al nazismo?»  rispondeva  «Di avermi fatto incontrare una parte di me che era terribile». Temi troppo profondi per la censura italiana dell’epoca che, dichiara la Cavani «Si preoccupava del fatto che la donna facesse l’amore stando sopra e non sotto».

Ma che c’entra la politica? «La politica è ciò che ha reso possibile che in Germania milioni di esseri umani aderissero ad un progetto così folle, ecco perché la politica c’entra con questo film, e i continui tentativi di infilare questo tema (assieme ad altri) nel cosiddetto “armadio della vergogna” a me non andavano giù».

Non tacere, è politica? «Dipende dai casi – interviene Pombeni –  ci sono situazioni e sfumature che non sempre è bene, per la salute di un sistema politico, affrontare a mente calda o in modi affrettati». Aleggia, nel finale dell’incontro, una domanda: «Perché il cinema italiano di questi anni sembra aver ignorato il fenomeno Mani pulite che ha di fatto raso al suolo una classe politica?».

Pur non essendo del tutto vero questo dato, (basti pensare a film come A casa nostra di Francesca Comencini) la risposta viene da Pasquino  «Chiunque abbia assistito alle riprese televisive dei processi, e soprattutto degli interrogatori, di “Mani pulite” ha già assisto al più grande capolavoro di cinema sociale immaginabile. Dalla bava di Forlani alla tremenda, quanto perfetta, lezione che Craxi fece a Di Pietro circa il funzionamento e la corruzione del meccanismo politico italiano perché – e chiude – il sistema non è fatto di partiti corrotti, ma dalla corruzione del sistema stesso».

Lunedì 19 marzo, il ciclo di incontri continuerà con l’arrivo di Stefano Sollima, regista di A.c.a.b.; mercoledì 21 marzo con Giorgio Diritti, regista de L’uomo che verrà; mercoledì 28 marzo il regista torinese Daniele Gaglianone e il 4 aprile con Renato De Maria. Chiusura il 18 aprile con l’intervento del curatore della rassegna il professor Claudio Bisoni, il docente Roberto Braga, il giornalista Angelo Miotto e Antonio Sancassani, esercente cinematografico del Cinema Mexico di Milano).

Info: tel.051.2092000/-053 www.muspe.unibo.it

di Cristiano Governa