Guardo gli uomini vestiti di stracci, i “raghead” come li chiamano con disprezzo gli americani, indicare i corpi di chi è stato falciato dai fucili.

Uno o più soldati ubriachi sono entrati di notte nelle case di un paese che non è il loro e hanno sparato. La differenza del vestiario la dice lunga: i soldati indossavano tute mimetiche e stivali, caschi avveniristici (erano mascherati da “alberi” per meglio confondersi con l’ambiente) e soprattutto avevano enormi fucili e dentro non avevano freni. Gli altri erano distesi sui loro giacigli, avvolti nelle stoffe calde di sonno.

I soldati svestiti della loro umanità, quella che ci differenzia dalle bestie, quella che ci rende capaci di “rinunciare” (davanti alla bestialità dell’istinto, l’uomo è uomo perché sa dire di no, la bibliografia sul tema è assai lunga).

Gli altri impegnati ogni giorno a salvaguardare quel poco di umanità che permette loro di sopravvivere al terrore di undici anni di inspiegabile guerra. Il cibo, la casa, i bambini, le donne.

C’è una scena del film The tree of Life, che mi torna in mente. Un velociraptor cammina lungo il greto di un fiume, dove è disteso inerte un altro dinosauro; feroce, gli si avvicina; lo spettatore pensa  “ora lo sbranerà”. Quello a terra ha gli occhi aperti e vede il suo carnefice andare verso di lui, ma non può scappare. Il velociraptor arriva minaccioso, posa una zampa sopra la testa dell’inerme, ma improvvisamente si volta e se ne va. Rinuncia. L’ho interpretato come il primordiale gesto non bestiale: il velociraptor può scegliere tra il male e il bene, tra la vita e la morte e sceglie il bene. Lo spettatore prova sollievo.

Invece in questo scenario afghano, i trees of death non rinunciano: mascherati da alberi all’una di notte partono armati dalla base di Panjwayi, si avvicinano ai villaggi; con un calcio spalancano la porta e cominciano a sparare. I volti terrorizzati delle donne e dei bambini svegliati dal fracasso non li fermano; non bastano a evitare le morti notturne di Kandahar.

Sì, lo so, qualcuno dirà: “ma è un pazzo, cosa c’entra ora…anche in Italia un folle ha fatto fuori mezza famiglia…anche i terroristi uccidono innocenti, questi saranno processati e puniti”. Questo modo di pensare è pericoloso. Anestetizzante. Bisogna tenerlo lontano da noi, come si tiene alla larga un serpente velenoso che ci paralizza i sensi e ci fa dimenticare la nostra umanità; ci fa accettare l’orrore e sembrare accettabile la strage: si parla di errore e di “incidente” e di  “assicurare i colpevoli alla giustizia” ma cosa potranno mai contare questi 17 morti vestiti di stracci quando quegli assassini torneranno in patria?

Quello che è accaduto a Kandahar deve farci pensare; noi possiamo, al contrario di quello che hanno fatto quei “trees of death” .

L’Isaf ha il compito apparente di “proteggere la popolazione” e in realtà la terrorizza: possiamo immaginare un’angoscia più grande e atroce di quella di dover essere “protetti” da qualcuno che ci odia e può ucciderci impunemente?

Bisogna leggere l’attualissimo studio di Giuliano Batiston dal titolo “Le truppe straniere agli occhi degli afgani” per capire quanto gli americani siano distanti dal compito che pretendono di portare avanti.