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Silvia Truzzi
Giornalista

Precarietà, così non può continuare

Abbiamo letto la lettera di Marcella in riunione di redazione. Abbiamo deciso di pubblicarla, non solo perché è bella e drammatica, ma anche perché la sua storia assomiglia a tante. Tutti noi che ascoltavamo abbiamo un amico, una sorella, un cugino che si affanna nella ricerca di un lavoro. E affronta lunghe giornate di “no, grazie”, “le faremo sapere” e porte che si chiudono dietro le speranze. Il giorno dopo, ogni giorno dopo, è sempre più difficile ricominciare la ricerca di un lavoro come se quello fosse il lavoro. E i giorni si fanno mesi. Chi è precario aspetta la fine del contratto come un incubo da cui è difficile svegliarsi.

C’è un’aggravante: Marcella come tanti suoi coetanei ha investito sul suo futuro. Ha una laurea, tra l’altro molto specialistica: tanti esami e laboratori, tante spese e tanti anni trascorsi nell’illusione che non fosse tempo buttato, ma la costruzione di un futuro. Come chimico farmaceutico non trova lavoro, come insegnante nemmeno. E neppure come commessa, perché è troppo qualificata. Un paradosso, direbbero gli analisti: ma è un controsenso che imprigiona l’esistenza. “Non posso nemmeno comprare un frigorifero a rate; non me lo fanno il finanziamento, non ho un contratto a tempo indeterminato, figuriamoci un mutuo o un prestito”. Un frigorifero è la misura di una vita che non si può immaginare nemmeno a rate. Maurizio Landini l’ha spiegato molto semplicemente a “Servizio pubblico”: in Italia chi lavora è povero.

Dice Marcella: “Mi inquieta vedere che le persone che stanno decidendo della mia vita, nonostante abbiano sulle spalle il peso della devastazione di almeno una generazione, continuano imperterrite a fare tutto quello che ci ha portato qui, dimenticandosi il principio dei vasi comunicanti, se io affogo l’acqua prima o poi arriva anche da te”. È sacrosanto. Ci chiede che cosa fare oltre la demagogia, oltre il miraggio di una vita altrove, all’estero, già provata e abbandonata. È una risposta difficile, perché l’unica possibile sarebbe trovare, qui e ora, un lavoro decente per Marcella. Anche se potessimo, resterebbero tutti i suoi compagni.

E’ chiaro: quel che resta della politica dovrà trovare in fretta delle soluzioni. Noi possiamo non abbassare l’attenzione, vigilare sull’operato del governo, sostenere chi lotta perché il lavoro diventi il primo punto dell’agenda Monti. Benedetta e benvenuta ogni voce che grida la situazione tragica del lavoro. E poi? Possiamo ascoltare e non girarci dall’altra parte. Anche l’isolamento è parte del dolore di una generazione ostaggio. Delle sabbie mobili, del precariato, dell’inoccupazione, della paura di essere dimenticata. Quello che non possiamo fare è accettare la resa (e non certo per assolvere qualcuno). “Se mai sparerò un colpo sarà autoinflitto”: tutte le volte che avrai questo pensiero, scrivi a noi o a un amico. Chiunque perde l’ultimo barlume di speranza spegne una luce in più nelle stanze di un paese già buio. Così non può continuare o esploderà tutto.

Il Fatto Quotidiano, 11 marzo 2012


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