E’ ostinato l’Onorevole Fava nella sua ferma volontà di imbavagliare il web e restringere la libertà di manifestazione del pensiero online.

Dopo l’ultimo tentativo fallito nelle scorse settimane quando aveva provato a infilare il suo emendamento ammazza-internet e anti-comunitario tra le pieghe della legge comunitaria, ora l’inarrestabile e “preistorico” deputato leghista ha infilato le disposizioni con le quali vorrebbe modificare la disciplina sulla circolazione dei contenuti online addirittura nel disegno di legge sulle semplificazioni.

Roba – esattamente come l’ultima volta – da furbetti del Parlamento.

Qualche settimana fa, l’emendamento dell’Onorevole Fava, era stato bocciato e poi cancellato da decine di iniziative bipartisan promosse da colleghi di tutti gli schieramenti che – sull’onda delle proteste online – non avevano tardato a comprenderne l’anacronismo e la portata liberticida.

E ora?

Ora l’Onorevole leghista ci riprova fingendo di ignorare la posizione del resto del Parlamento e facendo, evidentemente, affidamento solo ed esclusivamente sulla speranza che nella confusione della pioggia di emendamenti proposti al disegno di legge in materia di semplificazioni, il suo possa essere approvato e divenire legge senza che nessuno se ne accorga o trovi – ancora una volta – tempo e modo di espungerlo dal testo definitivo.

Inutile discutere ancora del contenuto – riconoscere a chiunque il diritto di chiedere la rimozione di un contenuto pubblicato online semplicemente deducendo di essere il titolare dei relativi diritti di proprietà intellettuale – il punto, infatti, è il metodo.

E’ inaccettabile che un deputato “imbuchi” un emendamento volto a riscrivere le regole della circolazione dei contenuti online nelle pieghe di un disegno di legge in materia di semplificazioni e nella piena consapevolezza del parere contrario dell’intero emiciclo.

L’emendamento va, adesso, immediatamente espunto dal disegno di legge e la Presidenza della Camera dovrebbe richiamare l’Onorevole furbetto al rispetto delle regole etiche – prima ancora che giuridiche – che dovrebbero sovrintendere all’attività di chi scrive le leggi in un Paese civile.

Non importa se sia giusto o meno o, magari, folle e anacronistico pensare di privatizzare la giustizia in materia di pubblicazione di contenuti online il punto è che se si vogliono cambiare le regole in una materia tanto delicata occorre farlo all’esito di un ampio, approfondito e trasparente dibattito parlamentare.

Un furbetto piccolo piccolo, non può mettere a tacere la Rete e fregare la sua intelligenza collettiva. Possibile che Lorsignori di Palazzo non lo abbiano ancora capito?