Parlando lunedì in Consiglio comunale, Matteo Renzi ha rilanciato la vecchia idea di ripristinare l’antica pavimentazione in cotto di Piazza della Signoria a Firenze, annullando i due secoli di storia che hanno storicizzato le pietre volute dai Lorena.

Non è un caso isolato: con cadenza regolare, Renzi prende un tema della storia dell’arte fiorentina e lo brandisce come una clava mediatica. Ha cominciato con la rivendicazione della proprietà comunale del David di Michelangelo, ha continuato con l’idea di costruire la facciata della basilica di San Lorenzo secondo i progetti dello stesso Michelangelo, quindi si è gettato a capofitto nella tragicomica ricerca della perduta Battaglia di Anghiari, dipinta da Leonardo a Palazzo Vecchio. E a Firenze già si sente dire che stia meditando di ingaggiare battaglia per riavere da Ravenna il corpo di Dante: e magari inumarlo in un’urna di plexiglas con la neve artificiale dei souvenir fiorentini. Facile immaginare che in futuro toccherà a Giotto, a Masaccio e via via a tutti i totem fiorentini.

Il movente politico è trasparente: usare il patrimonio storico e artistico materiale e immateriale della città come una potentissima arma di distrazione di massa. In tutto questo c’è una buona dose di cinismo, perché Renzi sa benissimo che Piazza della Signoria non tornerà mai al cotto (ipotesi già bocciata, in passato, dal Ministero per i Beni culturali), che la facciata di Michelangelo non si farà, che la Battaglia di Anghiari non si troverà: ma ciò che conta è l’effetto notizia. Perché è più facile e redditizio finire sui giornali di tutto il mondo come ‘il sindaco del bello’ che lavorare perché le scuole elementari di Firenze abbiano un servizio di autobus che consenta ai bambini di visitare quello stesso patrimonio.

Ma sono i presupposti culturali di questa strategia a far cadere le braccia. Innanzitutto, non c’è niente di nuovo: l’indubbia abilità mediatica di Renzi proietta su un palcoscenico globale i peggiori vizi della Firenzina abituata a vivere come il ragazzo (di cui parla James Joyce) che si manteneva mostrando ai turisti il cadavere della nonna. In questo momento, la Provincia di Firenze promuove un’improbabile campagna di scavo per cercare le ossa della Gioconda (intesa come Lisa Gherardini), mentre si raccolgono le firme per convincere il Louvre a prestare a Firenze la stessa Gioconda (intesa come quadro, o meglio come feticcio). L’arcivescovo, e neocardinale, Giuseppe Betori  usa una pala del giovane Giotto come merce di scambio nella propria promozione personale, e la Confindustria fiorentina sostiene Florens, manifestazione culminata nel collocamento di un’oscena copia in vetroresina del David su un castelletto di tubi innocenti piazzati su uno dei contrafforti del Duomo, in un penoso tentativo di mimare la collocazione originaria della statua. In questa Firenze che vive del sistematico sciacallaggio di un passato che è incapace di capire, il ‘rottamatore’ Renzi non mostra dunque il minimo segno di discontinuità.

Ma ciò che colpisce veramente è il sordo disprezzo per la cultura che traspare dalle parole e dagli atti del sindaco, nonché attuale assessore alla Cultura, di Firenze.

Quando i più importanti storici dell’arte di tutto il mondo gli hanno chiesto di smettere di bucare gli affreschi di Vasari per cercare il Leonardo fantasma, Renzi ha risposto con una newsletter piena di insulti verso questi «presunti scienziati», accusati di non essere «stupiti dal mistero» a causa di un «pregiudizio ideologico». Non siamo al «culturame», ma poco ci manca.

Per Renzi la cultura è quella di Roberto Giacobbo: complotti, misteri, templari e santi graal. Evasione, vaghezza misticheggiante, suggestione a buon mercato. Non sa che la storia serve ad educare all’esattezza, alla presa sul reale, alla capacità di modificarlo.

Proponendo di riportare Piazza della Signoria alla sua pavimentazione tardogotica egli sfoglia il libro della storia come se fosse il book di un chirurgo estetico. Un libro dei sogni e della propaganda che non serve più a crescere e ad aver presa sulla realtà, e dunque ad imparare come cambiare il mondo, ma – al contrario – a cancellare le tracce del tempo e a rimanere eternamente immaturi. Non uno strumento per formare cittadini consapevoli dotati di senso critico, ma un mezzo per continuare a plasmare un pubblico passivo, destinatario perfetto di una martellante propaganda che invita non a pensare, ma a sognare. Si dice che Silvio Berlusconi si compiaccia da tempo di questo nipotino ideologico: difficile dargli torto.

Il Fatto Quotidiano, 1 Marzo 2012