“Ripartire da un foglio bianco” per ridare a Mirafiori “il ruolo che merita” con un investimento da “un miliardo di euro” per produrre fino a 280 mila vetture all’anno. Così parlò Sergio Marchionne, ad Fiat, nel novembre 2010. Quindici mesi dopo quel foglio è ancora bianco, Mirafiori semideserta e il favoloso piano Fabbrica Italia al palo: gli investimenti sarebbero dovuti partire a metà 2012, poi a metà 2013, ora – notizia data pochi giorni fa alle organizzazioni sindacali – secondo trimestre 2014. Soffre la grande fabbrica, ma non solo. Dietro ogni lavoratore di Mirafiori ci sono più o meno quattro addetti dell’indotto, l’arcipelago dei committenti Fiat un tempo sterminato, oggi ancora faticosamente a galla, ma con l’acqua già oltre la gola: Lear, Saturno, Johnson Control, Pcma, Alfa Plast, Cf Gomma, Mac, Emarc, Daytech, sono alcune delle fabbriche della cintura torinese che per la casa madre producono cruscotti, sedili, telai, impianti di condizionamento, assemblaggi vari. Lavoratori in mobilità, altri a rischio licenziamento, la maggior parte (15 mila tra i metalmeccanici, 40 mila circa in tutto) in cassa integrazione. Una realtà occupazionale drammatica che rischia di esplodere non solo se Fabbrica Italia rimarrà un miraggio, ma anche se continuerà a tardare. E tutto questo mentre il cda Fiat ha deliberato per Marchionne altri 7 milioni di euro in stock option al raggiungimento degli obiettivi di bilancio.

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LEAR
“L’azienda funziona solo tre giorni al mese”
Il parcheggio della Lear di Grugliasco, ieri, era insolitamente pieno: “Non fatevi ingannare – ammonisce un lavoratore – è solo perché oggi c’è assemblea”. Da tempo infatti – come la maggior parte delle aziende ‘sorelle’ dell’indotto Fiat – la fabbrica è quasi sempre deserta: “Lavoriamo in media due, tre giorni al mese”. La Lear è una multinazionale americana che produce interni e in Italia lavora solo per la Fiat: sedili per Idea e Musa (la cui produzione è in via di esaurimento) e per l’Alfa Mito. Una condizione che la espone all’andamento di Mirafiori che di fatto è ancora ferma. Per questo, nell’ottobre 2011, si è aperta una procedura di mobilità per 464 lavoratori su 580 (dieci anni fa erano il doppio). L’azienda si è resa disponibile a intervenire con un incentivo di 35 mila euro netti a favore di chi accetterà la mobilità fino a marzo. Se entro quella data non saranno uscite almeno 250-280 persone, si procederà al licenziamento. Per chi conserverà il lavoro, la speranza si chiama Bertone, l’ex carrozzeria che sorge a poche centinaia di metri di distanza. Nei piani Fiat la Bertone – destinata alla produzione di un modello Maserati – è l’unico esempio di investimento concreto. Ma anche qui non manca l’incertezza: l’ad Fiat Sergio Marchionne da sempre parla di una capacità produttiva di 50 mila vetture l’anno, ma i vertici della Lear, nelle trattative sindacali, considerano verosimile una quota di 15-20 mila al massimo. Ed è il volume della produzione a determinare la necessità di manodopera.

ALFA PLAST
“Qui nessuno crede in Fabbrica Italia”
Il cancello automatico dell’Alfa Plast (ex Robotec) di Orbassano si alza pigramente un paio di volte. Dentro, si vedono soltanto un tir parcheggiato e un paio di magazzinieri, gli unici rimasti a lavorare. La fabbrica di rivestimenti interni per automobili, infatti, è completamente ferma in attesa delle committenze Fiat che non arrivano più. I 55 lavoratori – in maggioranza donne – non entrano in fabbrica da metà dicembre e questo mese non è nemmeno (ancora) arrivata la cassa integrazione straordinaria: “La cassa viene erogata dall’Inps – spiega Gianni, il delegato Fiom – l’accordo prevede che sia l’azienda ad anticiparla. Ma l’azienda ha problemi di liquidità perché non fattura; quindi deve chiedere ad altre aziende del gruppo e qualcosa, questo mese, deve essersi inceppato …”. L’Alfa Plast si è impegnata a investire se Fiat darà seguito al piano Fabbrica Italia, ma qui non ci crede più nessuno: “Dovremmo produrre per altre case automobilistiche – sospira una lavoratrice – la Italdesign (ex Giugiaro, ndr) lavora con Volkswagen e sta per assumere 60 persone. La competitività dipende dalla capacità di fare prodotti, non dal tipo di contratto. Qualcuno dica a Marchionne che alla Italdesign il sindacato di maggioranza è la Fiom”. Eppure neanche i vertici di Alfa Plast sembrano credere troppo all’ad Fiat: “Chiedono una mano a noi – ancora Gianni – per aprire un tavolo al ministero del Lavoro, per prorogare la cassa. Perché qui, adesso, senza ammortizzatori sociali, la sola alternativa è la chiusura”.

JOHNSON CONTROL
Padri di famiglia precari a 200 euro
Alla Johnson Control non c’è nessuno. Qui si lavora non più di sei giorni al mese, ed è già una buona media rispetto ad altre realtà. In via Scoffone a Grugliasco, infatti, si producono sedili per l’Alfa Mito, l’ultima linea di Mirafiori con un minimo di futuro garantito. Alla Johnson lavorano cento impiegati per progettazioni su stabilimenti produttivi (anche per l’estero) e 164 operai in cassa integrazione straordinaria, legati indissolubilmente ai destini della casa madre del Lingotto. Tra questi, 50 sono lavoratori interinali che, in quanto tali, non rientrano nel paracadute degli ammortizzatori sociali: “Noi lavoriamo in tempo reale – racconta Antonio della Rsu – ci chiedono un sedile e in poche ore ce l’hanno. Ma se loro stanno fermi, stiamo fermi anche noi. Questo vuol dire che ci sono interinali che devono sopravvivere con 2-300 euro al mese, perché se stanno a casa non percepiscono reddito. E parliamo anche di padri di famiglia”. Le polemiche sui tabù dell’articolo 18, da queste parti, sembrano lontane anni luce: “Viviamo nell’incertezza – ancora Antonio – altro che articolo 18, qua chiudiamo tutto. Tra poco scade la cassa e se veramente gli investimenti su Mirafiori partiranno nel 2014, noi dobbiamo inventarci qualcosa per sopravvivere fino alla fine del 2013. E non siamo nemmeno gli unici a produrre sedili, a due passi ci sono i compagni della Lear. Qui tra un po’ finisce che ci facciamo la guerra tra poveri”.

da Il Fatto Quotidiano del 23 febbraio 2012

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