La fretta, si sa, non aiuta a fare scelte ponderate e sagge: anzi la fretta induce a fare errori. Nel caso in questione gli errori della fretta potranno influenzare l’organizzazione nazionale dell’università e della ricerca nel nostro paese per qualche lustro. Ci si domanda dunque: che fretta c’è? Andiamo con ordine. L’Agenzia Nazionale della Valutazione della Ricerca (Anvur), ideata già durante il ministero Mussi ma diventata operativa sotto l’infausto ministero Gelmini, sta procedendo a spron battuto nell’organizzazione della più grande valutazione della qualità della ricerca (Vqr) di questo paese di tutti i tempi. Si dirà: era ora che qualcuno valutasse quei nullafacenti, mafiosi, baroni dei professori universitari e dei loro tirapiedi, i ricercatori. Finalmente! Però, a pensarci bene ci si può domandare: possibile che Mariastella Gelmini, l’antitesi vivente della parola valutazione, sia stata capace di organizzare una simile operazione?

Strano sì. Infatti andando oltre la cortina fumogena alzata da quasi tutti gli organi di stampa nazionali, con  giornalisti incapaci di formulare la famosa seconda domanda,  scavalcando editoriali di pura propaganda ideologica si scoprono varie cose. Ad esempio, si scopre che la modalità di operare dell’Anvur è del tutto peculiare: Alberto Baccini e Giuseppe de Nicolao dal sito Roars mettono in evidenza vari, ma non certo tutti, problemi nel modo di procedere dell’agenzia che appaiono del tutto singolari e senza paragoni a livello internazionale: dalle classifiche fai-da-te degne del manuale di Nonna Papera, all’inconsistenza metodologica dei metodi di valutazione.  Senza contare che altri problemi erano già stati messi in luce: il formarsi di gruppi omogenei, meglio denominati cricche, tra i valutatori, l’esclusione quasi assoluta dei ricercatori degli enti di ricerca (Cnr, Infn, Ingv, ecc.) dai comitati e la non considerazione nella definizione dei criteri di valutazione della peculiarità di questi stessi enti.

Curiosamente dopo gli articoli di Baccini e De Nicolao, sul sito dell’Anvur compare un comunicato che fa slittare di un mese, da fine gennaio a fine febbraio, la pubblicazione dei criteri di valutazione dei prodotti di ricerca perché si vogliono sviluppare dei metodi “convalidati da una sperimentazione preliminare e in grado di offrire alle strutture indicazioni precise per la scelta dei prodotti da sottoporre alla valutazione”. Nei paesi civilizzati come l’Inghilterra o l’Australia il periodo di sperimentazione è durato anni, non un mese. Che fretta c’è? La risposta a questa domanda la fornisce il coordinatore del Vqr, Sergio Benedetto: l’obiettivo dell’agenzia è quello redigere una “classifica” delle università e degli enti di ricerca di “serie A, B o Z”, che possa determinare la ripartizione dei fondi a partire dal 2013, che possa  “far ripartire da zero le università” istituendo una distinzione netta tra “research university” e “teaching university” e che possa tracciare una distinzione tra università adibite al conferimento della laurea triennale e università dove si possano conseguire i titoli più alti, determinando anche la chiusura di “qualche sede”. Insomma una volta stilata la classifica, il gioco è fatto: chi non è capace di leggere una classifica? Dalla classifica a chiudere qualche corso o qualche sede il passo è breve e irreversibile: la classifica fai-da-te è il sacro Graal dei valutatori italioti.

Tutto perfetto se non fosse che i compiti illustrati da Benedetto non hanno nulla a che fare con la valutazione; riguardano piuttosto la politica che s’intende perseguire con i risultati della valutazione, come ha correttamente rilevato la CGIL e come si apprestano a fare con delle interrogazioni parlamentari sia il Partito Democratico che l’Italia dei Valori. Una confusione di ruoli molto pericolosa: in ogni paese al mondo dove è stata creata, l’agenzia della valutazione non si occupa di fare anche la politica dell’università o di stilare le classifiche delle università o di chiudere qualche sede e qualche corso. L’agenzia della valutazione si occupa di fare, appunto, la valutazione e nella tanto citata America non si fa nemmeno questo: ad esempio la Carnegie Classification si limita a classificare le università sulla base di parametri oggettivi e non certo sulla base della valutazione della qualità scientifica dei suoi prodotti. Il governo ed il ministro dell’istruzione decidono come usare i risultati della valutazione.

E’ vero che l’Anvur era nata quando il ministro era una triste comparsa, quando la politica dell’università era l’ultima delle preoccupazioni del governo e quando si è fatta una “riforma epocale” scritta da chissà chi. Però prima di aprire un vaso di Pandora che può minare le basi stesse dell’istituzione universitaria e degli enti di ricerca, addirittura con il rischio di influenzare per qualche decennio la ricerca di questo paese,  noi ci auguriamo che il ministro Profumo, su cui ricadrà la responsabilità politica dell’operazione,  penserà bene di fare una pausa di riflessione e di aprire un confronto trasparente con le varie parti in causa. Forse tutta questa fretta non serve all’istituzione: probabilmente serve a chi preferisce che il ministro sia solo un esecutore di ordini come la Gelmini.