“Voglio raccontarti i tuoi trentatré anni divisi per undici, i trentatré anni in cui il comunismo è finito a tavola. Già, perché si è smesso di mangiare bambini e ci si è dati al cool, al gourmet, alla radicalizzazione chic”.

Si leggono cose così in Quando il comunismo finì a tavola, un libro di Fernando Coratelli uscito in questi giorni per l’editore Caratterimobili. Una copertina rosa su cui campeggia la rivisitazione di una famosa icona pop degli anni Settanta, il viso radioso della donna dei dadi Star che porta alla bocca un cucchiaio pieno di minuscole falci e martelli, opera dell’illustratore Giuseppe Incampo.

Si parte dal 1978, l’anno del sequestro Moro, dei mondiali d’Argentina, della guerra in Libano, dei tre papi, ma anche dell’avvento sulle Tv italiane di Ufo Robot, e saltando di undici anni in undici si arriva ai giorni nostri. Il mondo cambia in fretta, le trasformazioni sono radicali, e testimone di questo magma è il cibo, rilevatore culturale come pochi. Si passa così dalle tavole degli anni Ottanta, debordanti di pennette alla vodka, tortellini panna e prosciutto e tartine al caviale, all’avvento dello slow food, passando per le mode etniche, il sushi e il sashimi.

È il racconto di oltre trent’anni della nostra storia, un racconto che si dipana attraverso l’uso di un particolare espediente narrativo. Un’aspirante giornalista di nome Federica chiede di fare un’intervista a uno scrittore quarantenne barese trapiantato a Milano. Lo scrittore invita la giornalista in un’enoteca. Davanti a un tagliere di formaggi e salumi e a una discreta quantità di vino si lascia andare a una narrazione fluviale, che ben presto si trasforma in un’amara requisitoria sulla svendita di quel patrimonio di idee e identità che un tempo fu la sinistra.

Il libro di Coratelli affronta con tono a tratti lieve e nostalgico quella che può essere definita come la biografia di un trentennio a tavola. Se l’uomo è davvero ciò che mangia, come sosteneva Feuerbach, la coincidenza tra essere e mangiare sembra ancor più valida per l’homo sinister. Ma la conclusione è impietosa: mentre si ponevano le basi per la grande crisi finanziaria di oggi, la sinistra che faceva? “Inebetita – risponde il protagonista del racconto – frequentava salotti, assaggiava sapori della terra e scambiava ometti con il golfino per amichetti con cui andare a cena”.