Con quella faccia un po’ così, da Antonio Gramsci venuto molto meno bene del presunto originale, e quel nome un po’ cosà, da fantasista solo all’anagrafe, Michel Martone ha rivelato che quelli che si laureano dopo i 28 anni sono “sfigati”. Le polemiche alimentate dai soliti libertari, notoriamente accidiosi, risultano capziose: il problema esiste. Gli sfigati, si sa, sono un freno al volano dell’economia.

Già, ma chi sono oggi gli sfigati? I bamboccioni, i sognatori, i lavativi? A ben pensarci, lo sfigato contemporaneo è forse l’uomo che ripete di essersi fatto da sé (e chissà con quali materiali). È l’arrivista che brucia le tappe (e non manca di ricordartelo). È il moralista improbabile irricevibile, il figlio di papà che tutto ha avuto (a partire dalle spinte). Peccando di irriverenza, oseremmo affermare che lo sfigato è l’uomo abbonato all’inchino, reale e metaforico. È l’enfant prodige senza prodige (e non più enfant). Il carrierista che ha confuso l’etica del lavoro con la depravazione consumistica. Il piccolo borghese che, di fronte alla “stagione dell’irriverenza” come la chiamava perfidamente Pasolini, replica col pragmatismo piccato del self made man. È l’eterno giovane che veste bene (o così crede). Che non legge, e non va al cinema, e non ascolta musica: perché non serve. Che mangia in fretta, purché però in ristoranti à la page. Che ha un’idea fieramente realistica di meritocrazia, secondo cui contano i titoli (le lauree, le cattedre cool) e non l’estro, impalpabile per antonomasia.

Verrebbe da dire che il vero sfigato è quello che ha paura di Oblomov, del Drugo e del Grande Lebowski. Che teme l’epicureismo, il piacere e Orazio. Che, quando fa l’amore, controlla l’orologio (e forse altro). Che non si ferma mai, per non dare allo specchio il tempo di rifletterlo. Che vive trafelato, correndo sempre e non accorgendosi d’esser vittima dell’immobilismo più ottundente. È colui che, dopo aver proferito una sciocchezza, afferma che “se tutti si sono arrabbiati allora ho toccato un nervo scoperto” (secondo tale sillogismo, se un tizio dà un calcio negli stinchi a un altro, e l’altro si arrabbia, il primo ha ragione perché “ha toccato un nervo – o stinco scoperto”). È il carrierista che ha in tasca il barometro del potere, che sgomita in soccorso del vincitore, che non si schiera se non quando è ben conscio di vantare posizioni dominanti. È l’uomo interamente proteso ad arrampicarsi, sebbene – parafrasando Moravia – la sua vetta si riveli spesso pianura.

C’è però un rischio, in questa breve e certo faziosa fenomenologia dello sfigato postmoderno. Che, beninteso non volendo, essa abbia finito col coincidere con l’identikit del viceministro. Figurarsi: mai potremmo pensare che, in una simile congiuntura di crisi e sobrietà, il vero sfigato sia proprio lui. Anche perché, qualora lo affermassimo, significherebbe che, condannando gli sfigati, Martone ha fatto autocritica. E onestamente non sembra il tipo.

Il Fatto Quotidiano, 26 Gennaio 2012